L’Europa, le radici, la libertà religiosa e di coscienza

DI TIZIANO RIMOLDI

Il dibattito sulle “comuni radici cristiane dell’Europa” di quando in quando irrompe sulla scena mass-mediatica italiana, particolarmente ogni qualvolta si discute della carta costituzionale dell’Unione europea a cui sta lavorando la Convenzione presieduta da Valery Giscard D’Estaing. A ben vedere, si tratta del medesimo tema che già era apparso nel corso delle vicende che hanno portato alla stesura della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata nel vertice di Nizza del dicembre 2000. All’epoca, lo scontro, tra chi voleva un riferimento esplicito alle “radici cristiane” e chi invece voleva una Carta assolutamente laica, si era risolto con l’inserimento nel preambolo, dunque non negli articoli, di un periodo di questo tenore: “Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto”. Come si vede, nessun riferimento era stato fatto a una determinata religione o corrente di pensiero, ma si era preferito tenere conto dell’origine composita dell’ethos europeo facendo riferimento alla consapevolezza dell’esistenza di un “patrimonio spirituale e morale”. La domanda ritorna dunque: perché si dovrebbe inserire un riferimento a una determinata religione in una carta costituzionale? Per rispondere a questa domanda, bisognerebbe, a nostro modesto avviso porsene un’altra, e cioè: a cosa serve? Che non si tratti di fornire un’informazione è evidente: che la storia europea sia segnata indelebilmente dalla fede cristiana è fatto indiscutibile e lapalissiano, di dominio pubblico.

A cosa dunque potrebbe servire una tale dichiarazione? Si potrebbero fare alcune ipotesi, forse maliziose, ma non poi tanto. La richiesta di un riferimento alle radici cristiane potrebbe essere vista come la risposta di una certa parte del mondo politico e religioso a tutta una serie di sollecitazioni e di fenomeni. Innanzitutto, la secolarizzazione, che svuota le Chiese, che propone modelli di vita improntati sostanzialmente all’edonismo e al consumismo. Molte Chiese cristiane, tra cui fa la parte del leone la Chiesa cattolica, si accorgono con sgomento di non essere più in grado di orientare le scelte etiche e morali dei propri fedeli attraverso i canali “religiosi” tradizionali. Da qui anche tutta una serie di tentativi di imporre per via “istituzionale” quello che non si riesce a instillare nei cuori e nelle coscienze. Pensiamo all’appello del Papa ai giudici a essere obiettori di coscienza nei confronti dei procedimenti di divorzio.

In questa ottica, un riferimento alla “radici cristiane” potrebbe servire a giustificare davanti all’opinione pubblica europea il permanere o l’istituzione di tutta una serie di strutture “pubbliche” di interesse ecclesiastico, di “rendite di posizione”. Si pensi ad esempio alle modalità con cui in Italia, pur essendo venuto meno il riferimento alla religione cattolica come religione dello Stato, si sia continuato a mantenere l’insegnamento religioso confessionale a spese dell’Erario: “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e non universitarie di ogni ordine e grado” (art. 9. 2, Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana del 18 febbraio 1984).

Può anche nascere il sospetto che il riferimento alle “radici cristiane” serva a “marcare il territorio”. Si tratterebbe di una sorta di riproposizione del principio sancito dalle guerre di religione del XVI e XVII secolo con la nota formula cuius regio eius religio, questa volta non più limitato ai singoli Stati, ma dilatato fino ad assumere confini continentali. Il nemico da respingere, questa volta, non è l’eretico, ma il musulmano. Il pericolo islamico, nell’immaginario mediatico collettivo ha superato e distanziato, ormai irraggiungibilmente, perfino il tema delle “sette”: l’invasione della mezzaluna deve essere fermato contrapponendo ad essa, in ogni luogo e circostanza, il vessillo della croce, anzi del crocifisso. Si deve fare sentire all’immigrato che la sua religione, se diversa da quella autoctona, è religione di serie “B”, al massimo tollerata. Su questo tema, inopinatamente, convergono non sono soltanto le autorità ecclesiastiche delle Chiese di “maggioranza” (che forse si scoprono di minoranza nella società) ma anche una parte del mondo laico. L’afflusso sempre più massiccio di una popolazione immigrata appartenente alla comunità musulmana inquieta talmente che si preferisce auspicare e sostenere un recupero della presenza del cristianesimo, anzi delle Chiese, nello spazio pubblico, presenza fino a pochi anni fa osteggiata e combattuta, nel timore di lasciare uno “spazio vuoto” occupabile da una religione “estranea”, presentata monoliticamente come irrispettosa dei diritti umani e incapace di concepire la distinzione tra Stato e comunità religiosa. Che vi siano dei problemi di integrazione è fatto innegabile. Tuttavia l’Europa si trova di fronte un’occasione irripetibile, quella di dialogare e di cercare di integrare una popolazione che proviene spesso da paesi in cui i regimi sono tutt’altro che democratici, quando non vere proprie dittature, e che si trova presso di noi come in una terra d’esilio, in cui cercare un riscatto dalla mancanza di una prospettiva per il futuro. Certo porre un’ipoteca religiosa in funzione antagonista non aiuterebbe certo a far sentire a queste persone che l’Europa può essere anche casa loro.

Si potrebbe anche pensare che l’ancoraggio ad una determinata tradizione religiosa sia utile agli apparati tecno-burocratici dell’Unione europea. Infatti, è ben noto uno dei “vizi” più profondi del processo di unificazione europea è il deficit di democrazia, intesa come partecipazione popolare. Si pensi ad esempio alla Convenzione, in cui non siede nessun rappresentante eletto direttamente per svolgere quel mandato.

Orbene, di fronte a questa mancanza di “afflato” popolare nei confronti del processo di unificazione politica dell’Europa, la religione può rappresentare un sostegno importante. È infatti un dato di fatto, ben conosciuto dalle scienze sociologiche, che il mondo del religioso, con il suo universo simbolico, può essere di grande utilità nel definire l’identità di un popolo, di una nazione. In quest’ottica, la capacità di dare senso, di infondere un’anima a una creatura politica che si sviluppa in maniera spesso incontrollabile e che, bene o male, passa sopra la testa del cittadino comune, potrebbe fare molto comodo. Si è infatti cercato e si cerca di sopperire a questo deficit di partecipazione democratica attraverso tutta una serie di consultazioni, a svariati livelli istituzionali, con i “corpi intermedi”: sindacati, organizzazioni di categoria e di difesa dei consumatori, ecc.In questo processo, che, guardandolo dalla parte di questi “corpi intermedi”, potremmo definire di lobbying, le maggiori confessioni cristiane europee sono ampiamente coinvolte. La tentazione di scambiare il proprio sostegno con il riconoscimento di determinate prerogative potrebbe essere forte.

Può darsi che la Convenzione scelga una strada di basso profilo rispetto a questo problema, e si limiti a redigere un testo che prenda in considerazione soltanto la struttura giuridico-politica dell’Unione europea, semplicemente inglobando nella futura costituzione la Carta dei diritti di Nizza, con il suo preambolo, senza ridiscutere di nuovo il problema delle radici.

Nella Dichiarazione dei principi dell’Associazione Internazionale per la Difesa della Libertà Religiosa (AIDLR) si afferma che “Noi crediamo nella libertà religiosa e affermiamo che questo diritto accordato da Dio possa essere esercitato nelle migliori condizioni quando vi sia separazione tra Chiesa e Stato. Noi crediamo che ogni legislazione o qualsiasi atto di governo che unisca Chiesa e Stato si opponga agli interessi delle due istituzioni e possa recare pregiudizio ai diritti dell’uomo”.

A nostro modesto avviso, se vi è una radice comune all’Europa come oggi la conosciamo, è proprio quella della separazione tra Stato e Chiesa, separazione che spesso è stata osteggiata fortemente dalle Chiese. Mettere l’Unione europea sotto l’egida di una religione sola, per quanto maggioritaria (ma siamo poi sicuri che sia così, nel concreto?), oltre ad essere un errore storico, dimenticando che l’identità europea si è costruita anche grazie alla cultura ebraica, al libero pensiero, alla Rivoluzione francese, ecc., significherebbe fare un passo indietro, verso forme di tutela delle Chiese nei confronti delle istituzioni politiche e con grossi problemi per la libertà religiosa e di coscienza. D’altronde anche l’Europa stessa ha sofferto e forse per certi versi soffre ancora, almeno in alcune sue parti, il peso dell’identificazione tra cittadinanza e appartenenza religiosa e razziale, già patrimonio dei fascismi continentali del secolo che è appena finito.

Questo non significa affatto rifiutare quanto di buono, e ce n’è molto, la tradizione cristiana (più spesso non quella maggioritaria, ma quella delle minoranze cristiane) ha saputo apportare alla costruzione della cultura occidentale. Come ha affermato il presidente della Convenzione, d’Estaing, nella Carta di Nizza sono già presenti numerosi principi cari al cristianesimo, senza che sia necessario riferirsi esplicitamente ad esso. Ricordiamo che “l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto”. Su questi valori, veramente condivisibili da tutti al di là della propria appartenenza religiosa o politica, si deve veramente costruire l’Europa politica e la separazione tra Stato e Chiesa va affermata nei confronti di tutti, delle religioni tradizionali, siano esse maggioritarie o di minoranza, così come di quelle giunte a noi attraverso le migrazioni dei popoli.