Turchia, terra di limbo per migliaia di caldei in fuga dall’Iraq – Sophie Tavernese – n. 55 – anno 2018

Lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare da capo in un nuovo Paese non è mai facile. Ma David, Sam, Melhal e Rita non hanno avuto scelta, costretti, loro malgrado, a fuggire all’estero. Ad accomunarli la provenienza, l’Iraq, e la fede, caldea. Oltre che un triste destino: prima la fuga dalla propria terra per sottrarsi alla guerra e alle persecuzioni contro i cristiani e poi l’approdo in Turchia. Una destinazione provvisoria, nelle loro intenzioni, trasformatasi, giorno dopo giorno, in un limbo doloroso senza fine, o quasi.

Una volta ottenuto lo status di rifugiato, gran parte dei profughi sogna di fare domanda di visto per un altro Paese, scelto come meta finale. Tra le destinazioni più gettonate: gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e l’Europa. Ma per ricevere il lasciapassare che permetterà loro di cominciare una nuova – finalmente pacifica – vita altrove, spesso occorrono parecchi mesi o addirittura diversi anni. «Io e la mia famiglia ci fermeremo a Istanbul solo il tempo necessario per ottenere il visto» spiega David «Non chiedo nulla per me stesso, vorrei solo poter dare un futuro al mio bambino». Sam, invece, sta aspettando di riunirsi al padre che vive in Svezia. È nato a Baghdad, ma ha sempre vissuto ad Aleppo, in Siria. «Siamo fuggiti due anni fa» racconta «Speriamo di poter andare presto in Europa». Rita, invece, sogna il Nord America o il Canada; sarebbe «il più bel regalo di Natale», confessa.

La quotidianità in terra turca non è facile per i caldei iracheni. Minoranza in patria e minoranza nel Paese che li ospita, in Turchia sono quasi 40 mila. Molti di loro vivono di stenti, non sempre hanno da mangiare e un’occupazione, anche occasionale, per tanti è un miraggio. Soprattutto per i meno fortunati che vivono lontano da Istanbul o Ankara, ricollocati dallo Stato nelle aree più remote del Paese, perché meno costoso.

Senza contare una latente, quanto diffusa, discriminazione con la quale i cristiani devono fare i conti. Tanti caldei, ad esempio, non hanno la possibilità di frequentare la propria comunità o di andare a messa. È vietato appendere croci ai muri delle case od ostentare la propria fede. E chi non rispetta queste regole, rischia   di vedersi negata l’assegnazione di un alloggio o addirittura le cure mediche.

«Essere cristiani in un Paese musulmano non è per nulla semplice» spiega Melhal che è in attesa di prendere i voti. «Devi nascondere la tua fede, non puoi neanche parlarne. Sono andato via da Mosul perché in Iraq non c’era futuro. Insieme alla mia famiglia siamo fuggiti a Istanbul; adesso aspetto il visto per l’Australia dove spero di poter ricominciare, una volta ancora, una nuova vita».

La Turchia non è l’unica terra di passaggio per i rifugiati caldei. Altri 100 mila sono riparati in Giordania e in Libano, dove comunque la situazione appare meno drammatica.

Un po’ di storia: chi sono i caldei

I caldei, chiamati anche cristiani iracheni o cattolici iracheni, discendono da un gruppo di antichi abitanti della Mesopotamia meridionale, che si convertirono al cristianesimo nel I secolo d.C. attratti dalla predicazione dei seguaci dell’apostolo San Tommaso.

Rappresentano circa l’80% dei cristiani iracheni in tutto il mondo (1). La maggior parte di loro aderisce alla Chiesa cattolica caldea, antica Chiesa orientale in piena comunione con Roma e con sede a Baghdad. La loro lingua madre è il neo-aramaico caldeo, che deriva dall’antica lingua parlata da Gesù. Al di fuori dell’Iraq, le più grandi comunità caldee si trovano negli Stati Uniti: a Detroit, in Michigan; e a San Diego, in California.

Prima del 2003, i caldei costituivano la principale cultura cristiana in Iraq e molti degli appartenenti a questa comunità occupavano posizioni di rilievo nel governo, nel campo della sanità, della scienza e in altri settori della società. Ma   in seguito la situazione mutò in maniera radicale. Le prime migrazioni di famiglie caldee risalgono agli inizi degli anni Novanta, come conseguenza delle sanzioni imposte all’Iraq con l’avvio della prima guerra del Golfo. Fu, però, solo dopo il 2003 che iniziò una vera e propria odissea. Da allora in poi, i caldei sono diventati l’obiettivo di una sistematica e brutale persecuzione messa in atto prima da Al-Qaeda e poi dall’Isis, nel quasi totale silenzio della comunità internazionale. In Iraq, i cristiani iracheni erano circa 1 milione e 800 mila, e costituivano il terzo più grande gruppo etnico del Paese, dopo arabi e curdi. Oggi il loro numero si è ridotto drammaticamente a meno di 300 mila. Oltre 1 milione quelli sterminati o costretti a fuggire. Negli ultimi 14 anni si sono susseguiti rapimenti di capi religiosi e di civili, stupri, bombardamenti di chiese, omicidi, decapitazioni e conversioni forzate. Alle donne caldee è stato imposto l’uso del velo. Quasi il 70% delle abitazioni appartenenti a famiglie cristiane irachene è stato illegalmente confiscato da terroristi sunniti, da milizie sciite e curde. La persecuzione si è inasprita in seguito al definitivo ritiro dall’Iraq delle truppe statunitensi, ordinato nel dicembre 2011 dall’allora presidente Barack Obama, e poi con l’espansione dello Stato islamico. Una situazione drammatica, precipitata nell’agosto del 2014, quando l’Isis ha invaso la piana di Ninive, abitata per il 65-70% da cristiani iracheni. Le famiglie caldee sono state costrette alla fuga per scampare alla morte. Per oltre tre anni hanno vissuto in tende, carovane e in rifugi improvvisati, nei campi profughi di Erbil e nella regione di Dahuk. Dopo la liberazione dallo Stato islamico, avvenuta lo scorso ottobre, molti di loro hanno deciso di rientrare nella loro terra, nonostante incomba adesso una nuova minaccia: la guerra che contrappone le forze di sicurezza irachene e i peshmerga curdi.

«Nel 1980, circa il 90% dei miei parenti caldei viveva in Iraq e il restante 10% in Occidente» racconta Zina Rose Kiryakos, avvocato americano di origine caldea e a capo del Concilio per i diritti umani dei cristiani iracheni, organizzazione non profit con sede negli Stati Uniti. «Oggi» continua «le cose sono molto diverse; soltanto il 5% dei miei parenti è rimasto in Iraq; tutti gli altri vivono in Occidente». L’obiettivo della persecuzione religiosa messa in atto contro i cristiani iracheni, spiega Zina Rose Kiryakos, aveva un preciso obiettivo: quello di spazzare via l’élite istruita irachena.

Nel limbo: gli aiuti e l’assistenza

Un quadro fosco, che privati, ong e istituzioni religiose cercano di «illuminare», aiutando chi si trova in grave difficoltà.

Il Concilio per i diritti umani dei cristiani iracheni, ogni mese, invia alle famiglie rifugiate in Turchia piccole somme di denaro raccolte negli Stati Uniti e in altri Paesi.

«Grazie al programma “Adopt a refugee” tentiamo di dare un aiuto concreto» spiega Kiryakos. «Purtroppo è solo un piccolo contributo che non riesce a risolvere la situazione, ma senz’altro la migliora un po’, rendendola meno infernale».

A Istanbul, il Centro Don Bosco è da anni in prima linea nell’accoglienza dei profughi. Qui i Salesiani ogni giorno offrono supporto e un rifugio sicuro a chi fugge dalla guerra e dalle persecuzioni. «Non rifiutiamo nessuno di quelli che bussano alla nostra porta» ammette padre Andres Calleja Ruiz. È però loro impedito di andare direttamente alla ricerca delle persone in difficoltà, perché rischierebbero l’accusa di proselitismo. Da oltre 35 anni nelle terre di missione, tra Filippine, Indonesia e Turchia, padre Andres guida la comunità salesiana, che gestisce a Istanbul una scuola materna, elementare e media, e un oratorio; è anche custode, da più di 25 anni, della Cattedrale cattolica di Sant’Antonio, dove si tengono messe in aramaico, inglese, francese e turco.

«Portiamo avanti numerose attività, anche perché le persone bisognose d’aiuto che si rivolgono a noi appartengono alle categorie più disparate» spiega Calleja «Proven- gono da Paesi molto diversi l’uno dall’altro, inoltre hanno un’età variabile; accogliamo, infatti, bambini e adolescenti, ma anche adulti con le loro famiglie». La maggior parte dei rifugiati che frequenta il centro Don Bosco è di fede cattolica caldea e cristiana irachena, ma a chiedere aiuto sono anche ortodossi e musulmani provenienti da diversi Paesi, quali Siria, Pakistan, Marocco, Iraq, Mongolia e altri ancora.

«Per cercare di togliere tanti ragazzi dalla strada» prosegue Calleja «abbiamo voluto dar loro un’occasione per studiare. Diamo lezioni essenzialmente in inglese, perché quasi tutti sperano di essere accolti un giorno da rifugiati negli Stati Uniti, in Canada o in Australia. Pochi, invece, quelli che vogliono andare in Europa». All’interno dei locali gestiti dai Salesiani, allo studio si alternano molte altre iniziative. «Vengono dalla guerra e dalla sofferenza. Cerchiamo quindi di offrire loro un ambiente gioioso, cercando di trasmettere fiducia e sicurezza, e per fare questo ci serviamo anche della musica, della danza e dello sport. Al momento, assistiamo più di 500 persone. Spesso ci dicono che il nostro centro è un piccolo paradiso. Naturalmente, nulla può cancellare le loro sofferenze» ammette padre Andres.

Dolore e fatica, che si mescolano alla gioia di chi riesce a offrire anche solo un po’ di conforto. «Solo qualche giorno fa, un uomo ha bussato alla nostra porta. Era venuto dall’Australia esclusivamente per ringraziare padre Rodolfo che guidava la comunità di Istanbul prima di me e che, oramai anziano e malato, è tornato in Italia. Quindici anni fa, lo aveva accolto nel nostro centro e gli aveva offerto aiuto, finché non ha ottenuto il visto. Di fede musulmana, ha voluto abbracciarmi forte come se fossi stato padre Rodolfo. È stato molto emozionante».

L’approdo in terra straniera

La conquista del visto e l’agognato trasferimento nel Paese scelto come meta definitiva non sempre però implicano il venir meno delle difficoltà.

Brigitte Gabriel Esho, di fede caldea, nata in Iraq 27 anni fa, è dovuta fuggire dalla sua terra, con la sua famiglia, il 4 agosto del 2007. Ora vive in Inghilterra e, pochi mesi fa, dopo molti ostacoli, è riuscita a laurearsi in design e architettura. In ritardo rispetto ai suoi coetanei, anche se per lei il traguardo raggiunto rappresenta una vittoria quasi insperata. Perché le avversità che ha dovuto affrontare, da quando ha messo piede sul suolo inglese, sono state infinite. Inizialmente la scarsa conoscenza della lingua e la necessità di frequentare dei corsi specifici al liceo. Poi la richiesta di ricominciare la scuola superiore da capo, nonostante avesse già frequentato i primi anni in Iraq, perdendo così oltre 4 anni. È riuscita, infine, a iscriversi alla facoltà di architettura, ma ha dovuto prima ottenere un diploma specifico in arredo di interni. Quando è fuggita dall’Iraq era solo una liceale come molti altri, con tanti sogni   nel cassetto che l’inizio della guerra ha spazzato via. «Non è mai stato facile per noi cristiani vivere nel mio Paese, ma dopo l’inizio dell’invasione americana, nel 2003, la situazione è davvero precipitata» racconta Brigitte da Londra «Non potevamo più rimanere. Mio padre era morto lasciando mia madre da sola con due figlie. Oltre al quotidiano terrore per le bombe, un giorno, davanti all’ingresso di scuola, tentarono di rapirmi. Riuscii a salvarmi solo perché ero vicinissima alla porta principale. Corsi a perdifiato, sfuggendo agli assalitori».

Brigitte è rimasta in Giordania sette mesi. È stata più «fortunata» di altri, perché la condizione di vedova della madre ha accelerato i tempi per il rilascio del visto. Wail, elettricista di Mosul, si è rifugiato invece in Canada. Arrivato lo scorso maggio a Calgary, ha dovuto attendere due anni in Turchia. È riuscito a raggiungere il Nord America grazie all’aiuto di un cugino, emigrato lì nel 2010. «Prima dell’arrivo dell’Isis avevo una vita normale, un lavoro, una casa» racconta «Fuggendo abbiamo perso   tutto e siamo stati costretti a ricominciare da capo. Ma qui, in Canada, sono rispettato e benvoluto. E, cosa più importante, la mia famiglia ed io siamo nuovamente felici e al sicuro. Finalmente i miei tre figli potranno avere un futuro davanti a sé».

L’Iraq, una questione aperta

Ora che la coalizione curdo-irachena, appoggiata dagli Stati Uniti e dalla Russia, ha quasi totalmente liberato il territorio dall’occupazione dello Stato islamico, strappando ai jihadisti dell’Isis le loro città-roccaforti, stanno gradualmente riemergendo le vecchie diatribe, e l’ostilità e l’insofferenza tra i diversi popoli che compongono il complesso mosaico iracheno riaffiorano drammaticamente.

Alcune famiglie caldee (poche in confronto a quelle che si sono rifugiate all’estero) avevano cominciato a rientrare nelle loro case, nella piana di Ninive, pensando   di essere finalmente al sicuro. Ma si sbagliavano. Sono finite, infatti, sotto al fuoco incrociato di curdi e iracheni che ora si combattono perché i primi desiderano costruirsi la loro indipendenza.

La questione della convivenza tra etnie diverse nel Paese è dunque tutt’altro che risolta. E a farne le spese sono ancora una volta i più deboli.

La Costituzione irachena post 2003 (articolo 121, sezione 5, capitolo 4) (2) garantisce e tutela i diritti delle minoranze che vivono nel paese, compresa quella caldea; garanzie che, tuttavia, non trovano concreta applicazione nella realtà (3). L’articolo 121 recita: «La Costituzione promuoverà i diritti amministrativi, politici, culturali ed educativi di tutte le minoranze che risiedono nel Paese, come quella turkmena, quella caldea, quella assira e le altre ancora, e ciò sarà regolato dalla legge» (4).

La nuova Carta costituzionale riconosce, inoltre, la tutela ai siti religiosi da parte dello Stato (articolo 10, sezione 1), e – agli articoli 37, 41 e 43 (sezione 2, capitolo 2) – garantisce agli iracheni le libertà di religione e di espressione. Il terzo paragrafo dell’articolo 23 (sezione 2, capitolo 1), afferma, poi, che «è illegale e proibito entrare in possesso di proprietà altrui al fine di cambiare la composizione demografica di un territorio».

Un ombrello normativo che, dunque, sancisce la tutela e la protezione dei diritti dei caldei e delle altre minoranze cristiane, a cominciare dalla libertà di religione. Eppure «gli ultimi 14 anni dimostrano che il governo iracheno non ha saputo rispettare i propri obblighi imposti dalla nuova Costituzione e che la situazione si è deteriorata, ormai irrimediabilmente da tempo» chiosa l’avvocato statunitense Zina Kiryakos.

«Siamo in piena emergenza e non è più possibile fare a meno di un intervento internazionale».

SOPHIE TAVERNESE – Giornalista. Contributor di East Journal e La Stampa.

Note

1 La comunità cristiana irachena è costituita da diversi gruppi religiosi: caldei (80%), ciriaci (10%), assiri (5%), armeni (3%) e arabi cristiani (2%). La maggior parte di loro è cattolica, ma una piccola percentuale aderisce alla Chiesa ortodossa e a quella protestante.

2 Approvata nel 2005, da un’assemblea eletta per modificare quella preesistente.

3 Dall’articolo inedito di Z.R. Kiryakos, «Who are the Chaldeans? And do we have a future in our ancestral homeland of Iraq?».

4 Al link http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/10/12AR2005101201450. html, il testo completo della nuova Costituzione dell’Iraq (2005).