Atti del convegno “La cura della polis e il ruolo pubblico delle religioni” che si è tenuto a Roma, presso la Biblioteca del Senato, il 15 novembre 2017- Luciano Violante – n. 55 – anno 2018

La democrazia nei cambiamenti d’epoca*

Il tema che mi è stato affidato, relativo alla necessità di una «nuova cultura politica per una democrazia da attualizzare», esige una precisazione su un dato: la democrazia non è mai uguale a sé stessa. Promettendo uguaglianza, libertà e diritti, ogni qualvolta garantisce un livello di uguaglianza, scopre una scatola nera delle disuguaglianze che emergono e, quando poi si cerca di inseguire queste disuguaglianze per livellarle, ne escono altre. Nel frattempo, i rapporti sociali, economici, politici mutano e quindi si pone di nuovo il problema di come adeguare le regole, i principi, i comportamenti, la democrazia a questi cambiamenti. Dunque, la democrazia è un sistema in perenne mutamento, a differenza dei sistemi autoritari o totalitari o dispotici che in genere sono fissi. I sistemi dispotici si considerano come fissi, come coloro che hanno raggiunto l’ottimo, non vanno modificati perché modificare significa mettere in discussione. La democrazia invece considera sé stessa riformabile, mutevole, non sufficiente. Questo però genera a volte nei cittadini un elemento di dissenso, o comunque di distacco, nel senso che talvolta sembra che la maggioranza dei cittadini di qualunque Paese preferisca un sistema stabile che garantisca per sé piuttosto che un sistema democratico che si mette continuamente in discussione. Detto questo, dobbiamo anche dire che la democrazia diventa   più solida quando è sostenuta da una cultura politica adeguata ai mutamenti che sono in corso. Se una cultura politica non è adeguata a ciò che cambia, è chiaro che c’è uno scarto tra ciò che succede e il contesto intellettuale che dovrebbe reggere questi cambiamenti. Da questa prospettiva, devo soffermarmi su un punto: ci sono molti cambiamenti oggi nei sistemi sociali e politici di molti Paesi, tanto che sarebbe più opportuno dire che non siamo in un’epoca di cambiamenti, bensì in un cambiamento d’epoca. Quando diciamo che siamo in un’epoca di cambiamenti, i dati fondamentali del tempo storico in cui viviamo sono quelli e non mutano. Dicendo per contro che siamo in un cambiamento d’epoca, si vuol dire che stanno cambiando i caratteri fondamentali della nostra società. Non è la prima volta: quando fu scoperta l’America, ci fu un cambiamento d’epoca; il Mediterraneo, che era un grande mare d’incontri, diventò un lago periferico rispetto ad azioni transatlantiche che favorirono Paesi come il Portogallo, la Francia, la Gran Bretagna e l’Olanda che avevano il versante affacciato sull’Atlantico. Paesi che invece, avevano una collocazione mediterranea, rimasti più ai margini perché non era quello il mare importante in quella fase. Quindi, ci sono tanti altri momenti nei quali l’epoca è cambiata. Noi siamo, a mio avviso, in un momento di cambiamento di epoca perché, innanzitutto, nelle società tradizionali il prodotto interno lordo dipendeva dall’energia e dalle materie prime, oggi il 70% del PIL dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Italia, Gran Bretagna, Giappone e Stati Uniti) deriva da beni immateriali che, a loro volta, dipendono dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Qualche mese fa, è accaduto che due piattaforme robotiche di Amazon hanno cominciato a scambiarsi dei segnali non interpretabili dai tecnici, cioè hanno iniziato a comportarsi in modo autonomo, così i tecnici hanno dovuto interrompere tutto perché non capivano cosa le piattaforme si stessero dicendo. Questo fatto è significativo perché pone un rapporto che può essere drammatico tra umano e non umano, in quanto il pensante non umano crea categorie nuove.

Dunque, dobbiamo interrogarci sul tipo di rapporto in cui si pone il pensante umano con il pensante non umano, il controllo di queste macchine è fondamentale per ristabilire il primato dell’essere umano.

Pensate a come le grandi migrazioni che riguardano l’Europa, gli Stati Uniti, il sud est asiatico, stiano ponendo problemi piuttosto complessi in ordine alle identità nazionali. Inoltre il terrorismo globale, dalle Filippine agli Stati Uniti, e tanti altri fenomeni che, messi insieme, caratterizzano un cambiamento d’epoca. Ho l’impressione che ci manchi la consapevolezza dei fini e viviamo nella bulimia dei mezzi, cioè viviamo in un eccesso di mezzi e una mancanza di fini, intesi come valori di orientamento che sono, anzi, da ricostruire o da riconfermare. Viviamo in una incessante domanda di regole alla quale non si accompagna una riflessione sui valori.

Alcune reazioni ai cambiamenti d’epoca

Quali sono le reazioni a tutto questo? Innanzitutto, esistono delle reazioni di difesa che sono il complottismo e il rifiuto della conoscenza. Ecco alcuni esempi di complottismo: l’11 settembre è stato frutto di un complotto; Obama è un islamico camuffato; ecc. Ma c’è un dato che mi preoccupa particolarmente ed è poco noto: sta circolando negli ambienti dell’estrema destra europea – ungherese, polacca, ceca, austriaca, tedesca – un certo «piano Kalergi». Kalergi era un signore, figlio   di una giapponese e di un ungherese, che ha scritto diverse cose sull’identità europea. Qualcuno poi ha preso pezzi dei suoi scritti, sconnettendoli dal contesto generale, per formare questo «piano Kalergi» che incentiva l’immigrazione africa- na e asiatica in Europa per sostituire le popolazioni locali. Attorno a tutto ciò si è costruito un meccanismo, per esempio i 60.000 che hanno sfilato a Varsavia con slogan razzisti e antiebraici, dal quale emerge che dietro c’è un dato ideologico che ci deve preoccupare. A Torino è successo che un signore ha dato un calcio a una signora nera, tra l’altro cittadina italiana, intimandole di tornarsene al suo Paese. Tutto ciò mi ricorda una fotografia, circolata all’epoca delle leggi razziali, di una ragazza che sorride mentre appende davanti a un negozio un cartello con scritto «Vietato l’ingresso agli ebrei». Queste similitudini mi sembrano preoccupanti perché, se i temi del razzismo si mescolano a quelli antiebraici ed emergono in diverse parti del mondo, vuol dire che sotto c’è un’ideologia che vede l’immigrato nelle vesti di capro espiatorio. L’immigrato è responsabile di portare le malattie, di togliere il lavoro ai giovani, di molestare le «nostre» donne, eccetera; egli, insomma, diventa il terreno sul quale si misura il conflitto. Le campagne elettorali in molti Paesi sono state combattute su questo tema facendo vincere o perdere chi sosteneva l’esclusione, non l’inclusione. Il «piano Kalergi» somiglia abbastanza al Protocollo dei savi di Sion, che è un falso costruito dalla polizia segreta zarista e che convinse a tal punto Henry Ford, famoso magnante americano, che ne stam- pò migliaia di copie per la sua diffusione, dicendo: «Non so se sia vero, però assomiglia abbastanza alla verità». Oggi, nello statuto di Hamas, il Protocollo dei savi di Sion è citato come legittimazione dell’azione di Hamas per distruggere lo Stato d’Israele.

La seconda reazione di difesa, dopo il complottismo di cui abbiamo appena parlato, è quella contro la conoscenza. La mia generazione è cresciuta con chiaro in mente il messaggio di Gramsci: istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza. L’intelligenza non basta, bisogna istruirsi. Una certa cultura politica diceva che le gerarchie del potere si fondano sulle gerarchie del sapere, quindi più si sa e più si può. Chi è confinato fuori dai circuiti del sapere lo è anche da quelli del potere. Quando si fece la grande battaglia della scuola media unificata, la sfida era quella di evitare di dare un sapere diverso a seconda del ceto di appartenenza. Di fronte a questo dato di cultura sedimentata in alcune generazioni, c’è invece la demolizione delle competenze. Mi è capitato di assistere a un discorso di Trump negli Stati Uniti durante la campagna elettorale, nel quale disse: «Io amo gli ignoranti».

Ho letto in questi giorni un articolo su un importante quotidiano italiano, a proposito di un leader politico italiano che ha un rapporto difficile con i congiuntivi e per questo riceve diversi consensi, perché si mette in sintonia con quella parte dei cittadini che si esprime come lui, la gente si riconosce in lui e dunque piace. Così facendo, il dirigente politico non ha una funzione emancipatoria ma semplicemente insegue il sentimento, il mood generale, insegue ciò che circola all’interno della società. Il Washington Post nel 2014, quando Putin si comportò in modo sgarbato con l’Ucraina, pubblicò un sondaggio fatto presso i cittadini degli Stati Uniti che chiedeva se si dovesse o no intervenire militarmente per fermare Putin. I risultati del sondaggio hanno evidenziato che soltanto uno su sei sapeva dove fosse l’Ucraina. Inoltre, i cinque che non sapevano collocare geograficamente l’Ucraina sostenevano che si dovesse intervenire con durezza per fermare Putin. Dunque, il dato dell’ignoranza è abbastanza preoccupante per la stessa sopravvivenza delle democrazie.

Democrazia e formazione culturale

Il problema della conoscenza è una delle grandi questioni odierne: è chiaro che, nella demolizione delle competenze, una quota di responsabilità ce l’hanno anche i competenti, altrimenti detti élite, che non hanno considerato questo loro sapere come un dato funzionale alla crescita della società, bensì come un dato castale, quasi come un privilegio di ceto. Invece, il sapere è un dato che ha un senso in una democrazia solo se serve a tutti. In questo quadro, uno dei dati necessari è tornare ai fondamentali della formazione politica, diversa da quella partitica. La formazione politica riguarda i fondamentali dell’essere cittadino in una democrazia che ha consapevolezza delle sue responsabilità. La formazione partitica è un legittimo punto di vista sulle varie questioni da parte di un partito. La formazione politica prescinde dall’appartenenza partitica. Le componenti di una formazione politica sono innanzitutto lo studio, che purtroppo oggi passa in secondo piano a causa delle numerose informazioni che circolano facilmente e alle quali tutti hanno accesso credendo poi di poter esprimere legittimamente un proprio parere. In secondo luogo l’ascolto, il quale è connesso al rispetto dell’altro: chiunque egli sia ha un valore dentro di sé, ha una storia che va considerata. Terza componente è la capacità di decidere. Quarta, la capacità di costruire comunità. La democrazia si regge su legami: se il partito politico non è lui stesso una comunità, ciò determinerà una crisi.

Nella cosiddetta democrazia del leader perché è in crisi l’etica politica? Credo che l’etica politica corrisponda a una comunità, cioè a un complesso di persone che, sulla base della loro esperienza, elaborano regole di carattere morale,   non giuridico ma di buon comportamento. La democrazia del leader pone in discussione le categorie dell’etica politica, il leader da solo non può e non deve costruire un’etica.

È assolutamente necessario, quando si affrontano questi temi, pensare alla necessità che la democrazia si regga su legami e sulla costruzione di comunità; una democrazia fatta di solitudini rinvigorisce gli egoismi, le divisioni e le contrapposizioni, portando qualcosa di non positivo per il futuro della democrazia.

LUCIANO VIOLANTE – Già Presidente della Camera dei deputati per la XIII legislatura, Docente emerito di Istituzioni di Diritto e procedura penale presso l’Università di Camerino.

*Trascrizione dell’intervento del Presidente Violante non rivista dal Relatore.