La libertà religiosa come bussola della politica estera – intervista a Franco Frattini – n. 54 – anno 2017

Coscienza e Libertà: Presidente Franco Frattini, alcuni dati recenti raccolti dal prestigioso Pew Research Center sottolineano come nel 2014 – la ricerca viene effettuata ogni due anni – nei 198 Paesi monitorati il 74 per cento della popolazione aveva subito delle gravi limitazioni della libertà religiosa e alti livelli di ostilità sociale legati alla religiosità. Al contempo, altre indagini, come quella compiuta dal Democracy Index nel 2016, ci dicono che nell’ultimo biennio i Paesi che nel mondo possono definirsi democratici, o a democrazia piena, sono diminuiti. Cosa pensa di questi due dati, c’è un nesso fra queste due constatazioni?

Franco Frattini: C’è sicuramente un nesso. Intanto è importante che voi sottolineiate la drammaticità di questi dati dei quali io mi resi conto molti anni fa, quando ero Ministro degli Esteri. Mi convinsi infatti che era arrivato il momento di sottoporre all’Assemblea Generale dell’Onu una risoluzione omnicomprensiva che l’Italia proponeva per la prima volta, e che portò l’Assemblea Generale ad affermare che la libertà religiosa, cioè la libertà di professare la propria religione, qualunque essa sia, è un diritto fondamentale dell’individuo che deve poter essere esercitato non solo in privato ma anche in pubblico, perché altrimenti si tornereb- be all’epoca delle catacombe. Questo ci porta al secondo aspetto: è chiaro che quanto più il livello di democrazia e di rispetto dei diritti in un Paese scende, tanto più la libertà di religione, che è un diritto fondamentale dell’individuo, ne viene colpita; quindi c’è un nesso diretto; la libertà di religione è colpita e sacrificata   per prima là dove minori sono le garanzie verso i diritti e le libertà civili. Ciascuno deve essere libero di professare la propria fede nel rapporto con la divinità.

CeL: Come ha già anticipato, nel suo impegno politico lei ha messo spesso l’accento sulla responsabilità che i nostri Paesi hanno in ordine alla tutela della libertà religiosa. La politica estera, da sempre considerata il dominio esclusivo della realpolitik e della cinica logica dei rapporti di forza, può davvero lasciarsi ispirare da questo interesse superiore e nobile?

F.F.: Da cristiano cattolico quale sono, sulla scorta della tradizione della mia famiglia, i valori fondamentali della religione che professo hanno sempre ispirato la mia azione da Ministro degli Esteri, così come da Commissario europeo e nelle funzioni attuali di giudice, vale a dire: il rispetto della vita umana, della dignità di ogni persona, l’eguaglianza tra tutte le persone indipendentemente da qualunque sia la loro caratteristica. Questi sono principi che la mia religione afferma e che hanno innegabilmente ispirato l’evoluzione nei secoli anche dell’Europa, anche se un laicismo sbagliato e condannabile ha poi «fatto saltare» un riferimento a questi valori nel preambolo dei Trattati costituzionali dell’Unione Europea. Ma che lo si scriva o meno – e per me era meglio scriverlo – questi valori restano.

CeL: L’impegno diplomatico può tener conto anche della promozione della libertà religiosa nei suoi rapporti con i vari Paesi?

F.F.: Certamente sì. Le faccio qualche esempio: nei rapporti con l’Iraq, che noi abbiamo grandemente aiutato dopo la caduta di Saddam Hussein, anche pagando il prezzo altissimo delle vite dei nostri soldati, io chiesi assolute garanzie al Primo Ministro di allora sul fatto che le enclave cristiane nel nord dell’Iraq fossero protette – quella di Ninive in particolare – per inciso stiamo parlando delle zone in cui oggi vediamo l’orrore di Daesh, che è entrato a Mosul e ha distrutto gli yazidi e sterminato i cristiani. Quando si passa agli orrori del terrorismo non ci vuole la diplomazia ma soltanto una fermezza assoluta nella coalizione. In Palestina io chiesi al Primo Ministro di finanziare con i soldi dell’Italia degli alloggi per giovani coppie di cristiani palestinesi per evitare che i cristiani abbandonassero la Palestina. Queste cose sono accadute e delineano un modo autorevole di interpretare la politica estera.

CeL: Un’osservazione che viene spesso fatta in rapporto alla libertà religiosa nel nostro Paese è relativa alla possibilità che le comunità musulmane in Italia possano godere di certi diritti che invece non sono riconosciuti ai cristiani che vivono nei Paesi di tradizione islamica, i quali non posso professare pubblicamente la loro fede. Si tratta della nota questione della reciprocità.

F.F.: Visitando diversi Ambasciatori ho visto situazioni nelle quali la messa veniva detta quasi in una catacomba, nel sottoscala dell’Ambasciata; quindi sono perfettamente consapevole che questo sia realmente un fenomeno grave ed esistente. Sarebbe tuttavia sbagliato negare in Europa la libertà religiosa ai musulmani; faremmo il loro stesso errore. Si deve lavorare tenacemente affinché il diritto di culto dei cristiani – penso a quanto lavoro ho fatto con i copti in Egitto, o con i siriani – venga riconosciuto anche nei Paesi musulmani; ma non si può far venir meno il principio, che tra l’altro è presente anche nella nostra Costituzione, per cui tutte le religioni sono tutelate. È chiaro che c’è un limite a tutto questo: io posso tutelare un fedele musulmano purché egli rispetti la mia Costituzione e le mie leggi. Se in nome della religione musulmana, ad esempio, si pensa in terra italiana di non mandare le bambine a scuola perché questo sarebbe contrario ad alcuni principi del Corano – cosa della quale peraltro dubito fortemente – oppure si pretende di avere due mogli, questo secondo le regole dell’Italia non è consentito. Rimane quindi un limite all’esercizio di determinate prerogative culturali non consentite dalle leggi dello Stato democratico, che non vuole però essere un limite alla libertà di religione.

CeL: Recentemente in un grande Paese come la Russia si è assistito a forme molto aggressive di violazione della libertà religiosa e delle libertà civili di alcune minoranze, come ad esempio i Testimoni di Geova. I rapporti tra l’Unione europea e la Russia sono importanti e necessari. È possibile esercitare una concreta influenza diplomatica affinché ci sia un maggiore rispetto dei diritti delle minoranze in quel Paese?

F.F.: C’è sicuramente la possibilità in un’ottica di collaborazione. L’Italia è sempre stata con la sua politica estera favorevole all’engagement della Russia e tendenzialmente contraria alle sanzioni e all’isolamento della Federazione. In questo dossier devono anche essere affrontate le questioni che riguardano i diritti, quindi anche la libertà di tutte le religioni. Devo dire che, mentre la questione della messa al bando di una minoranza è un fatto che merita attenzione diplomatica con un dialogo il più possibile persuasivo, sotto il profilo dell’identità religiosa la Federazione russa è sempre stata molto scrupolosa nel difendere le identità delle religioni e, anzi, rispetto a Paesi che fanno del relativismo il loro vessillo, la Federazione russa, specie per il peso della religione dominante e cioè quella cristiana ortodossa, è stata sempre molto determinata. Certamente non basta la tutela della religione cristiana ortodossa ma occorre che tutte le professioni di fede vengano ugualmente garantite.

CeL: Nel 1998 gli Stati Uniti adottarono il famoso International Religious Freedom Act, oggi grazie al recentissimo pronunciamento favorevole della Corte Suprema si varano dei provvedimenti che impediscono l’ingresso a cittadini provenienti da sette Paesi di tradizione musulmana. Lei come la vede questa situazione che molti descrivono con imbarazzo?

F.F.: Io sono un giudice e sono abituato a rispettare le sentenze. Qui c’è una decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, le decisioni si leggono ma non si commentano; sono sentenze che sono pronunciate in un Paese profondamente democratico. Io mi auguro che l’attuazione di quel decreto venga fatta non discriminando sulla base della religione ma sulla discriminante che alcuni provenienti da quei Paesi che non hanno nessun altro legame con gli Stati Uniti possano essere impediti dell’ingresso per una ragione di sicurezza strategica e non di religione. Ritengo che l’applicazione di quel decreto, una volta autorizzato dalla Corte Suprema – un’autorizzazione che non posso che rispettare prendendone atto – venga fatta dicendo qual è la discriminante, cioè che la persona abbia o meno legami negli Stati Uniti; quindi, quelli che hanno legami, anche se sono musulmani dello Yemen, possono entrare e questo indirettamente conferma che la discriminante non è la religione, e non deve esserlo, ma la sicurezza. D’altronde voglio ricordare che proprio il Presidente Trump ha sottolineato con riferimento alla religione cristiana l’importanza di alcune posizioni che certamente sono in linea con quanto la dottrina vaticana prevede, in materia ad esempio di aborto o di altre situazioni sulle quali la chiesa di Roma si è molte volte pronunciata.

CeL: Una domanda in rapporto a un Paese più vicino a noi: la Turchia. Il dossier dell’Unione europea con la Turchia al momento sembra complicato e difficile da riprendere dopo una torsione autoritaria in quel Paese. Lei come valuta la situazione?

F.F.: Ho lavorato per molti anni da Ministro e da Commissario europeo a favore del negoziato con la Turchia ma purtroppo l’Unione europea ha perso tempo; Francia e Germania hanno sempre mantenuto un atteggiamento negativo e abbiamo dato alla Turchia la sensazione di volerli abbandonare al loro destino, credo sia stato un errore. La Turchia si è rivolta verso est, ha guardato all’Iran e alla Russia mentre noi avremmo dovuto attrarla nell’alveo democratico dell’Europa; non l’abbiamo fatto e ora la situazione si è oggettivamente molto complicata, sia per le dinamiche interne alla Turchia ma soprattutto perché i negoziati su alcuni capitoli sono fermi in ragione del fatto che le modifiche istituzionali che sarebbero necessarie vengono ad oggi rifiutate dall’autorità turca; quindi c’è una situazione di stallo e credo che oggettivamente la prospettiva dell’adesione della Turchia si sia allontanata. Abbiamo fatto errori in passato quando la Turchia era pienamente disponibile a negoziare; essendo stato tra coloro che hanno negoziato, per di più su capitoli delicatissimi come giustizia e sicurezza, vedevo una buona volontà che l’Unione europea, purtroppo, ha un po’ snobbato.

CeL: Il nostro è un tempo sicuramente interessante ma anche complicato perché non esiste più una super potenza al di sopra di tutte. Quali sono gli aspetti che lei considera più promettenti da una parte e dall’altra più pericolosi in una situazione fluida come quella attuale?

F.F.: L’aspetto più pericoloso è coltivare l’illusione che la globalizzazione si governerà da sola, perché se ciò accadesse sarà diretta dai grandi poteri finanziari e dalle grandi entità speculative sicuramente a danno delle masse più povere; se invece vi saranno meccanismi di regolazione sovranazionale di questi fenomeni globali, che non possiamo eliminare in quanto esistono ed esisteranno, il problema è come governarli. Un aspetto positivo è invece che grazie alla velocità dei mezzi di comunicazione, oggi, in uno sperduto Paese dell’Africa, un ragazzo può pensare di diventare medico e di esercitare in seguito a Bruxelles, perché entra in un circuito dal quale soltanto 10-15 anni fa era assolutamente escluso; questo porta con sé effetti collaterali come il desiderio di migrare, e acuisce la consapevolezza della propria disperazione; ma il dato positivo che qualcuno ce la fa è, secondo me, estremamente importante.

CeL: L’Unione europea ce la dobbiamo tenere stretta…

F.F.: Ce la dobbiamo tenere ma non così com’è, perché questa Unione europea sta dimostrando delle debolezze che un europeista convinto come me non può accettare: vorrei l’esercito europeo, una difesa comune, una migrazione gestita a livello europeo. Vorrei un Parlamento eletto direttamente con una maggioranza e un’opposizione, possibilmente un Ministro degli Esteri e un Ministro dell’Economia eletti direttamente che rispondano al Parlamento Europeo. Oggi i Commissari europei rispondono ai Parlamentari ma non al popolo perché non sono stati eletti; io sono stato Vicepresidente della Commissione europea, insomma non c’è un rapporto democratico come a me piacerebbe. Infine non possiamo pensare che l’Europa si regga solo sulla moneta, sull’economia e sulle banche; se non cresce sui diritti sulle solidarietà e quindi anche sul tema migratorio è un’Europa che non ha un’anima, quindi, tornando ai valori religiosi, a me un’anima piacerebbe.

 

FRANCO FRATTINI – Presidente di sezione presso il Consiglio di Stato, due volte Ministro degli Esteri, già Vice Presidente della Commissione europea e Commissario per la Giustizia, Sicurezza e Libertà (2004-2008).