Libertà di espressione e di religione – Jean Baubérot – n. 52 – anno 2016

La libertà di espressione, così come l’uguaglianza tra gli uomini e le donne, è una conquista estremamente preziosa della democrazia, che può essere strumentaliz- zata come un alibi per coprire dei disegni molto meno nobili.

Nella sua concretizzazione in Francia, la libertà di espressione pubblica è stata realizzata essenzialmente negli anni 1880 dalle leggi liberali (libertà di stampa, libertà di riunione, ecc.), contemporaneamente all’instaurarsi della laicità. L’ideale era stato espresso nel XVII secolo e sviluppato dagli illuministi.

Due domande devono attrarre la nostra attenzione: 1. La religione deve avere bisogno di una protezione speciale nei confronti della libertà di espressione? 2. Il problema della libertà di espressione si pone oggi negli stessi termini dei secoli XVIII e XIX?

Cominciamo dal secondo quesito. Un collega canadese, il filosofo Daniel Weinstock, chiamato a partecipare a una trasmissione televisiva sulle caricature di Maometto, ha dovuto chiarire la sua posizione prima di andare in studio. La sua risposta alla domanda se si aveva il diritto di pubblicare tali caricature è stata, in sostanza, la seguente: sì e no. Sì, perché ciò fa parte della libertà di espressione. No, perché si tratta di un esercizio non responsabile di questa libertà. La risposta è stata giudicata troppo complessa, e Daniel Weinstock è stato escluso dal programma che ha raggruppato solamente coloro i quali erano completamente a favore o contro.

Questo tipo di esclusione ha spesso avuto luogo per altri argomenti, specialmente per il cosiddetto «velo». Ciò significa che si è formato un vero clericalismo mediatico che, in nome di una pseudo semplificazione, impedisce a certi punti di vista di partecipare al dibattito pubblico.

Così come l’uguaglianza formale può nascondere delle discriminazioni, la libertà di espressione formale può essere addotta in modo da nascondere delle esclusioni nei confronti di questa libertà. I rapporti di forza, il potere del denaro, le pressioni di ogni tipo, le cosiddette «costrizioni mediatiche» costituiscono altrettante minacce alla libertà di espressione reale da parte delle diverse correnti di opinione. Esaminiamo ora la prima domanda. Le religioni non devono richiedere uno statuto specifico riguardo alla libertà di espressione poiché ciò che è sacro per loro non lo è per coloro che non condividono le loro credenze. La critica religiosa fa parte del dibattito pubblico, e la libertà di credere e di cercare di convincere con il proselitismo ha come corrispettivo la libertà di non credere e di cercare di convincere che non bisogna credere.

La religione fa parte del diritto comune (è questa la laicità). Partendo da qui, si possono fare tre constatazioni:

  1. La libertà di espressione non è assoluta. Le leggi pongono dei limiti alla sua manifestazione. Tali limiti possono del resto essere l’oggetto di dibattimenti e talvolta rivelarsi differenti tra i paesi e tra le istanze nazionali e internazionali. Così, la Francia è stata condannata, due volte, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per oltraggio alla libertà di espressione per questioni che, appunto, riguardavano la religione (questioni molto polemiche, giudicate diffamatorie in Francia ma non dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, sull’associazione antisetta ADFI e su un’enciclica di Giovanni Paolo II). Ciò è accaduto nel periodo delle polemiche sulle caricature! Tuttavia, in questi due casi, nessun giornale ha riportato i testi in questione. Difesa a geometria molto variabile della libertà di espressione!
  2. Al di là delle decisioni giuridiche, Daniel Weinstock pone a buon diritto il problema dell’esercizio responsabile della libertà di espressione. Non si è obbligati a usare totalmente le libertà di cui si deve poter disporre legittimamente (e rivendicare di avere). Così, per le caricature, bisognerebbe immaginare altre caricature altrettanto eccessive concernenti le personalità non religiose: alcune caricature che rappresentano Jaurès come traditore della patria; o che fanno come se, in effetti, De Gaulle e Pétain fossero stati d’accordo durante la seconda guerra mondiale e si fossero divisi i compiti. Tali caricature non solleverebbero una certa emozione nei socialisti o nei gollisti? I difensori patentati della libertà di espressione, in ambito religioso, si dimostrerebbero altrettanto motivati per difenderla in questi casi precisi? Sarebbe interessante chiederselo per riflettere sull’esercizio responsabile della libertà di espressione, al di là degli aspetti giuridici della domanda.
  3. La libertà di espressione non deve essere una maschera per rendere il proprio proposito incriticabile e assolutizzarlo sotto questo pretesto. Ognuno deve serbare il proprio spirito critico, non abbandonarlo con il pretesto di difendere la libertà di espressione. Occorre, in ogni caso, giudicare il valore dell’argomentazione. Così, il fatto che Robert Redeker avesse ricevuto una minaccia di morte da parte di un individuo, non cambiava il fatto che aveva usato delle citazioni di Maxime Rodinson completamente troncate e che ciò doveva essere denunciato. La libertà di espressione è a 360 gradi e deve articolarsi su altri valori o esigenze, in modo particolare quelli della sincerità, della pertinenza e dell’intelligenza. Negare di giudicare l’intelligenza o la stupidità di un proposito con il pretesto della libertà di espressione, non porta che a garantire l’istupidimento generalizzato che, a causa del semplicismo privilegiato dai mezzi di comunicazione di massa, minaccia le società moderne tanto quanto gli attentati alla libertà di espressione.

 

JEAN BAUBÉROT – Presidente onorario dell’École pratique des Hautes études alla Sorbona, titolare della cattedra di storia e sociologia della laicità all’EPHE, Parigi, Francia. Articolo edito in Coscienza e Libertà 44/2010.