Problemi e prospettive per l’islam in Italia* – Izzedin Elzir – n. 51 – anno 2015

Parto dalla domanda: «Esistono gli estremisti?». È un dato di fatto e, ringraziando il Signore, sono una piccola realtà, che si parli di un estremista cattolico, musulmano, ebreo, non credente o diversamente credente. Sottolineo che sono una piccola minoranza, solo che hanno una voce altissima.

Torno però al tema in oggetto, «Problemi e prospettive per l’islam in Italia», anche se preferisco dire «dell’Italia», perché ci consideriamo cittadini italiani di fede musulmana. Per diversi motivi, l’islam mi ha insegnato che «dove vivi è la tua casa». Provengo dalla Palestina e quando vivevo lì, quella era la mia casa. Decidendo di studiare qui, la mia casa è diventata l’Italia. Che si parli di un estremista cattolico, musulmano, ebreo, non credente o diversamente credente. Sottolineo che sono una piccola minoranza, solo che hanno una voce altissima. Questo cambia tutto il concetto dello ius solis, se vogliamo usare terminologie che sentiamo negli ultimi anni.

 

La comunità islamica

La comunità musulmana in Italia nasce negli anni ‘90. All’inizio, i musulmani erano quasi 100.000, poi, in 20 anni sono diventati oltre un milione, anche se le statistiche non sono del tutto reali, perché nel nostro paese non le si possono fare per motivi religiosi. Si tratta quindi di stime approssimative. Ci sono più di 500 sale di preghiera. La comunità musulmana in Italia proviene da oltre 30 paesi e raggruppa più di 30 culture: dal Marocco all’Egitto, dalla Palestina al Bangladesh, ciascuno porta con sé un bagaglio culturale accanto alla fede religiosa.

Dipende da come ognuno di noi la vede: qualcuno considera questo una ricchezza, altri una divisione. Personalmente, considero motivo di ricchezza la possibilità di avere assieme nello stesso territorio oltre 30 culture, usanze e tradizioni, l’importante è saper coinvolgere queste realtà nella convivenza civile.

Uno dei nostri obiettivi, come Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), è perseguire lo scopo di essere italiani di fede islamica, come ci sono italiani di fede cattolica, ebraica, buddista e così via. È un lavoro enorme e cerchiamo di farlo perché abbiamo imparato da altre realtà europee. In Germania c’è la moschea dei fratelli turchi, degli arabi e di altri. Qui, ringraziando il Signore, c’è la moschea per tutti. Quello che abbiamo realizzato a Firenze è la moschea della città, aperta a tutti, non solo ai musulmani, sapendo che è la strada più difficile. Perché quella più facile è la strada in cui ognuno è chiuso nel suo ghetto. La comunità musulmana è ricca di giovani, anzi direi che l’80 per cento di essa è composta da immigrati giovani che si spostano per lavorare o studiare. Ma è anche composta per metà da donne immigrate, una parte attiva all’interno della stessa. Una comunità che, venendo da una storia di immigrazione, non ha problemi a cominciare una vita nuova. Per esempio, ci sono tantissime ditte individuali che danno un contributo economico importante alla nostra realtà. Basta fare due calcoli: la comunità islamica partecipa in misura del 3 per cento al Pil nazionale, quindi è parte reale del tessuto sociale italiano.

Certamente non c’è il progetto di islamizzare l’Italia: i musulmani non partono dai loro paesi per islamizzare l’Europa, ma per motivi più semplici, come trovare la tranquillità e la pace. Abbiamo visto arrivare i siriani. Se non ci fosse la guerra in Siria, non credo che un siriano lascerebbe la sua casa per venire da noi, perché viveva in una situazione economica abbastanza favorevole. Certo, non c’erano la libertà e la democrazia, ma questo è un altro discorso.

Il contributo della comunità islamica

La comunità islamica offre un contributo molto importante nel creare un dibattito culturale e civile. Quando sono arrivato in Italia, 25 anni fa, la questione della laicità nel nostro paese era diversa da quella attuale e, credo, grazie alla presenza islamica. La laicità, ricordo, era quasi anti-religione. Oggi non si parla in questo modo, ma di una laicità accogliente verso tutti, anche verso le religioni. Per chi proviene da un paese arabo, la laicità è anti-religiosa, perché coloro che l’hanno importata l’hanno impostata così. In Europa, questo cambiamento è avvenuto grazie al dibattito e alla presenza dei musulmani.

Uno dei primi problemi nel nostro paese è l’assenza di una legge sulla libertà religiosa. Ringraziando il Signore, chi ha redatto la nostra Costituzione ha pensato bene di inserire i principi della libertà religiosa, ma chi è arrivato dopo non è riuscito a prevederne l’attuazione in una legge. Per più di cinque legislature ci sono stati parlamentari che hanno provato a presentare un disegno di legge sulla libertà religiosa, ma nessuno ci è riuscito. Stiamo dando un contributo con la comunità islamica, la chiesa cristiana avventista e tanti amici, per presentare un disegno di legge sulla libertà religiosa che tra poco sarà pronto, sperando che il governo possa accogliere una normativa su questo tema così importante. Per chi non lo sa, noi in quanto musulmani siamo governati dalla legge fascista dei culti ammessi del 1929/30, anche se è stata cambiata leggermente modificata nel tempo, ma siamo ancora lì.

La questione dell’intesa

Un’altra questione riguarda un’intesa con lo Stato che, com’è noto, è prevista nell’articolo 8 della Costituzione e riguarda le intese con le minoranze religiose. Non amo parlare di minoranze, ma di cittadinanza: sono un cittadino italiano e la legge deve garantire i diritti di tutti i cittadini. Con l’Ucoii abbiamo chiesto un’intesa con lo Stato più di 25 anni fa, la risposta dell’autorità è stata che i musulmani non sono uniti. Allora chiedo: «I cristiani sono uniti? Gli ebrei? E i fratelli buddisti?». Lo Stato ha l’obbligo di confrontarsi ma, purtroppo, questa strada è ancora chiusa. Come comunità musulmana chiediamo un’intesa con un atto di responsabilità da parte nostra; il nostro punto di riferimento è la Costituzione che garantisce la libertà. Chiediamo l’intesa perché guardiamo al futuro e vorremmo che i nostri figli si sentissero cittadini italiani a tutti gli effetti. desideriamo evitare di arrivare alla situazione francese, dove il vuoto purtroppo porta a situazioni inaccettabili. In Francia ci sono state realtà di violenza che, credo, siano il risultato del non voler governare e gestire queste situazioni.

Le moschee

Un altro problema molto importante è la questione delle moschee, risultato della mancanza di una legge sulla libertà religiosa. La questione dell’apertura di una moschea si risolve in base al parere del sindaco, non del colore politico. Se il sindaco permette di aprire una moschea, allora si apre, sia egli di centro-destra, centro-sinistra o anche della Lega. Abbiamo visto moschee chiuse dagli stessi partiti che in altre città le hanno aperte. Dipende da come il sindaco si sveglia la mattina, non dal colore politico, è un «gusto». Sapendo che i sindaci sono esseri umani, allora i gusti   cambiano.

L’islamofobia

Abbiamo un altro problema che si chiama islamofobia, ma non sono d’accordo con l’idea che gli italiani siano i più razzisti d’Europa. Sono il responsabile estero dell’Unione delle organizzazioni islamiche in Europa, conosco le realtà dei paesi europei e posso dire con grande piacere che il mio paese, l’Italia, non è razzista. Ci sono alcuni casi, ma il nostro paese non è razzista. C’è una certa politica che tenta di sfruttare le situazioni, di cavalcare la rabbia e l’odio. Personalmente, comprendo la paura dell’altro, perché quella italiana è, per diversi fattori, una società molto delicata: a livello demografico ha il più alto tasso di anziani in Europa e risente molto della crisi economica. Capisco allora che ci sia la paura, in particolare verso i musulmani. Quello che non comprendo è quando un partito cerca di prendere un voto in più cavalcandola. Posso dire è che i nostri concittadini sono più intelligenti, e i risultati elettorali lo dimostrano. Le persone hanno paura di quello che non conoscono, ma i musulmani oggi in Italia sono un milione e settecentomila e i cittadini hanno un rapporto diretto con loro, toccano la realtà con le proprie mani.

Poi ci sono i mass media che parlano di terrorismo islamico. Capisco che i giornalisti debbano vendere la notizia. Il problema è il sistema del giornalismo, in cui il reporter è obbligato a confezionare una notizia per venderla, ma a questo punto si parla di mercato liberale.

Ho tenuto un sermone del venerdì su come i nostri concittadini italiani non musul- mani vedano noi islamici. Se fossi nato in Italia e non conoscessi l’islam e i musulmani, seguendo i mass media non vorrei avere un islamico accanto a me, perché vedrei solo terroristi che massacrano la gente, persone incivili. Anche in questo caso mi rendo conto che è il sistema a imporre questo tipo di comunicazione, ma il mio invito a chi lavora nei mass media è di ripristinare l’umanità, tutta l’umanità, non una parte. E quindi, se viene massacrata una persona dobbiamo considerarla allo stesso modo, ovunque, non esiste che se viene massacrata una persona «x», abbia più valore, mentre se accade a una persona «y» non ne abbia. Si tratta di un processo culturale importante, dobbiamo seguirlo tutti quanti insieme, non possiamo realizzarlo ciascuno ritirato nel proprio ghetto mentale o nella propria comunità, ma è perseguibile solo se si è   insieme.

Oggi, più che mai, nell’era della globalizzazione, in cui il mondo è diventato come un piccolo villaggio, dobbiamo fare questa jihad, che non è guerra santa, dobbiamo seguire questo cammino insieme, prendendo atto che è un percorso lungo e difficile, ma anche l’unica strada che abbiamo di fronte per attuare una convivenza pacifica e armoniosa, che ci permetta di vivere l’interazione, non l’integrazione.

 

IZZEDIN ELZIR Imam di Firenze e presidente dell’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii).

*Registrazione trascritta, non rivista dall’autore.