Pregiudizi e islamofobia. I musulmani in Europa – Mostafa El Ayoubi – n. 51 – anno 2015

L’immigrazione ha notevolmente mutato il tessuto sociale dei paesi che compongono il «Vecchio Continente». Nonostante le paure e i pregiudizi, i migranti provenienti da diverse parti del mondo costituiscono, con il loro bagaglio umano, una grande risorsa e la linfa che potrebbe dare vitalità e dinamicità a questo tessuto demograficamente e culturalmente in stallo.

Oggi, in diversi paesi dell’Unione europea, tra i quali la Germania, il Regno Unito, la Francia e la Spagna, l’incidenza degli immigrati sulla popolazione totale supera il 10 per cento (cfr. Eurostat 2015).

Per ragioni storiche legate al colonialismo e alle strategie di sviluppo economico del dopo guerra, molti migranti approdati in Europa erano originari di paesi a maggioranza musulmana. Oggi i musulmani che vivono in Francia sono circa cinque milioni e sono nella stragrande maggioranza di origine immigrata. Questa è una caratteristica che riguarda tutti i musulmani presenti sul territorio dell’UE. In Italia i musulmani sono oltre un milione e mezzo, di cui una esigua minoranza sono «nativi» italiani. I dati statistici su quanti risiedono in Europa sono approssimativi. La metodologia utilizzata nella raccolta dei dati cambia da paese a paese. Approssimativi sono anche i criteri della definizione del «musulmano»: credente, osservante, non credente. Inoltre, restano generici i criteri per «classificare» un immigrato come musulmano in funzione della nazionalità di provenienza, quando il paese di origine non è al 99,9 per cento composto da cittadini di fede o di tradizione musulmana: un albanese, ad esempio!

In questo articolo, il termine «musulmano» farà riferimento in modo generico agli immigrati con un background culturale islamico, a prescindere dal loro rapporto con la religione. E, considerando il fatto che la stragrande maggioranza dei musulmani proviene dal mondo dell’immigrazione, verrà utilizzata l’espressione «paese a maggioranza islamica» e non «paese musulmano»: secondo la Cia Factbook (1), il 56,7 per cento della popolazione in Albania è musulmana e, quindi, definire musulmano tout court questo paese è davvero molto approssimativo. Lo stesso vale per il Libano, la Bosnia-Erzegovina e altre nazioni. Tenendo conto di queste considerazioni, i dati e le stime forniti dalle varie ricerche e rapporti sono indicativi e quindi da «maneggiare con prudenza». Un dato certo, però, è il fatto che l’appartenenza etnica, culturale e nazionale dei musulmani che vivono in Europa è molto eterogenea. In Francia prevale la comunità maghrebina; in Germania quella turca; nel Regno Unito predominano i musulmani del subcontinente indiano. Quanto alle stime relative ai musulmani che vivono e risiedono in Europa, i margini d’errore sono tutt’altro che trascurabili. Secondo una ricerca del Pew Research Center, che prendeva in esame la popolazione di 17 paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, Svizzera), il totale dei musulmani residenti in quei paesi nel 2010 era di circa 18 milioni: il 7,5 per cento della popolazione francese, il 6 per cento di quella belga, il 5 per cento di quella tedesca e il 4,6 per cento di quella inglese. Secondo lo stesso rapporto, metà dei musulmani in Francia sono naturalizzati e il 55 per cento dei musulmani in Belgio ha la nazionalità di questo paese. Nei 17 paesi indicati nel rapporto, l’incidenza dei musulmani sulla popolazione totale è in media del 4,5 per cento (2).

Riguardo all’Italia, secondo la stima dell’Idos (3), al 31 dicembre 2014 i musulmani erano circa 1.613.438. È un dato che non si discosta molto da quello del rapporto Pew sopracitato, il quale parla di 1.534.805, con un’incidenza sulla popolazione totale pari al 2,6 per cento.

Come per i paesi europei già citati, in Italia i musulmani sono di origine immigrata nella loro quasi totalità, ma il loro insediamento è più recente rispetto ad altri paesi ed è caratterizzato da un’eterogeneità più accentuata rispetto alla nazionalità di provenienza. Il Marocco, l’Albania, il Bangladesh, l’Egitto, il Pakistan, la Tunisia e il Senegal sono i paesi dai quali arriva il maggior numero dei musulmani che vivono in Italia. Gli immigrati originari dai primi due paesi, sommati, sono circa un milione. E sfiorano i centomila coloro che provengono da ognuno dei restanti cinque paesi. Secondo la stima dell’Idos, sui circa cinque milioni di immigrati, il 32 per cento proviene da paesi a maggioranza islamica. Nel rapporto vengono classificati come «musulmani e altri», e sono in maggioranza sunniti.

La sindrome di accerchiamento

In Europa occidentale, riguardo alla presenza islamica, gli «autoctoni» in gran parte avvertono una sindrome di accerchiamento: in molti pensano che vi sia un’invasione islamica. Il 70 per cento dei tedeschi sopravvaluta la presenza dei musulmani nel loro paese e un quarto circa pensa che siano il 20 per cento della popolazione, mentre in realtà sono circa il 5 per cento (4). Secondo l’Istituto Pew, nel 2010 la popolazione residente nel continente europeo era di circa 742 milioni, di cui il 75 per cento è cristiano e solo il 6 per cento è di origine islamica (5). Le proiezioni indicate dallo stesso rapporto parlano di una presenza musulmana in seno alla Germania di circa il 7,1 per cento della popolazione totale nel 2030. In Italia l’incidenza sarà del 5,4 per cento.

Il rapporto ridimensiona l’idea secondo la quale l’invasione ci sarà perché i musulmani fanno troppi figli. Secondo il rapporto Pew, il tasso di fertilità (ovvero il numero di figli per donna) delle musulmane tenderà ad avvicinarsi a quello delle non musulmane. A titolo di esempio, in Germania, nel 2030, il tasso di fertilità delle musulmane sarà dell’1,8 per cento contro l’1,4 per cento delle non musulmane. E in Italia sarà di 1,9 per cento contro l’1,5 per cento (6). Una paura ingiustificata, quindi, che però, con il passare degli anni, si è trasformata in odio anti-islamico: quello che molti definiscono «islamofobia».

L’islamofobia: un altro  antisemitismo  in Europa?

L’enciclopedia Treccani definisce l’islamofobia come: «Forte avversione, dettata da ragioni pregiudiziali, verso la cultura e la religione islamica».

Il Collettivo Contro l’Islamofobia in Francia definisce il fenomeno come «l’insieme di atti di discriminazione o di violenza contro le istituzioni o gli individui in ragione della loro appartenenza reale o presunta all’islam. Questi atti sono legittimati da ideologie o propositi che incitano all’ostilità nei confronti dei musulmani» (7).

In un rapporto della Commissione europea (8), si afferma che «l’islamofobia non è solo una manifestazione di intolleranza religiosa. Essa prende di mira le comunità immigrate, o di origine immigrata, perché numerosi musulmani nati in Europa hanno la nazionalità di un paese da dove i loro nonni o i loro genitori sono immigrati. Questa condizione rende fragile la loro situazione e ciò nuoce alla coesione sociale nel suo insieme».

La definizione del fenomeno varia molto da contesto a contesto perché il confine tra islamofobia, razzismo e discriminazione è molto sottile. Un’aggressione fisica o verbale contro un egiziano non può essere definita a priori come un atto islamofobo: la vittima può essere di fede cristiana copta, ad esempio. In tal caso, si tratta di atto di razzismo che non riguarda la fede della vittima. Ma qualche osservatorio poco attento potrebbe qualificarlo come atto islamofobo. Un osservatorio del fenomeno del peso di Amnesty International, al posto di islamofobia preferisce usare l’espressione «Discriminazione nei confronti dei musulmani» (9).

Anche l’UnaR (ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) parla di discriminazione (10): «Quasi il 70 per cento delle segnalazioni che riceviamo», afferma Marco De Giorgi, direttore di UnaR, «riguarda la discriminazione a sfondo etnico-razziale, in cui spesso rientra anche la discriminazione su base religiosa».

Tuttavia, vi sono atti dettati da sentimenti anti-musulmani che non possono non essere definiti islamofobi, come quelli contro:

  • gli individui (le aggressioni verbali e fisiche nei confronti delle donne che porta- no il velo, vittime principali degli atti islamofobici, sono più del 70 per cento in Francia);
  • i luoghi di culto e le proprietà private (negozi halal, ecc.) con scritte sui muri, incendi e altro;
  • i cimiteri musulmani con profanazione di tombe.

Secondo un rapporto dell’osservatorio Tell Mama, nel 2014 si sono verificati, nel Regno Unito, 548 atti anti-musulmani, di cui 402 via web. Le aggressioni contro le donne velate sono state 48 (40 casi contro gli uomini). Secondo lo stesso rapporto, 25 luoghi di culto e proprietà private di musulmani sono stati oggetto di attacchi vandalici (11).

In seguito alla cosiddetta «primavera araba», l’esplosione del terrorismo jihadista nelle sue forme più sanguinose ha fortemente incrementato la paura e l’odio nei confronti dei musulmani in Europa. Gli attentati terroristici a Parigi nel gennaio 2015 contro Charlie Hebdo e il mini market ebraico, sono molto indicativi in tal senso. Nel primo semestre, in Francia le aggressioni fisiche sono aumentate del 500 per cento e gli atti di vandalismo contro le moschee sono cresciuti del 400 per cento (12). Secondo l’Osservatorio nazionale contro l’islamofobia, che fa capo al ministero dell’Interno, tra il primo gennaio e il 30 giugno di quell’anno, gli atti di violenza contro i musulmani e i loro luoghi di culto sono stati 274 contro i 72 del 2014 (13).

Con il passare del tempo, le motivazioni teologiche anti islam, retaggio di un remoto medioevo durante il quale il profeta Mohammad veniva considerato l’anticristo, sono andate pian piano scemando. Anche se c’è ancora oggi chi alimenta questo fantasma: «Se Martin Lutero è islamofobo vuol dire che ci proclamiamo tutti orgogliosamente islamofobi» (14).

Oggi vi sono persone e istituzioni cristiane che si oppongono all’islamofobia. Il 5 gennaio scorso, Rainer Woelki, cardinale di Colonia, ha ordinato di spegnere le consuete luci che di notte illuminano il duomo della città, per oscurare la piazza dove si è radunato Pegida, il movimento islamofobo tedesco (15).

Oggi sono le motivazioni laiciste che alimentano maggiormente l’islamofobia. Esse si nascondono dietro discorsi legati al «femminismo», alla «laicità», alla «libertà d’espressione». I fautori di questi discorsi hanno fatto della secolarizzazione una «religione» con forti derive fondamentaliste. Oggi è più insidiosa quell’islamofobia di tipo «intellettuale», come era avvenuto con l’antisemitismo moderno «alla Voltaire», che ha ispirato e ispira tuttora intellettuali dichiaratamente anti-musulmani. «In Europa occidentale, l’antisemitismo nei confronti degli arabi [gli arabi sono un popolo semita, nda] ha in gran parte sostituito l’antisemitismo nei confronti degli ebrei» (16).

Michel Houellebecq, che nel gennaio 2015 ha pubblicato Soumission, un libro islamofobo tradotto anche in italiano, aveva già espresso nel 2001 il suo odio nei confronti dell’islam, definito come una religione stupida (17). Lui, come altri intellettuali, si difende nascondendosi dietro il diritto alla libertà di opinione. In un’intervista di qualche anno fa, Claude Imbert, fondatore del settimanale Le Point, ha pubblicamente dichiarato, dopo aver fatto riferimento a Voltaire e Houellebecq: «Je suis un peu islamophobe!» (18).

In Italia, le esternazioni della Fallaci e di altri non sono riuscite a far germogliare una islamofobia «intellettuale», d’élite. Quella più diffusa è un’islamofobia di tipo sicuritario. Ed è forse meno insidiosa della prima, perché la si può contrastare con un’adeguata pedagogia, per valorizzare la diversità culturale e religiosa, senza nulla togliere al ruolo e all’importanza della laicità e della libertà d’espressione.

 

MOSTAFA EL AYOUBI – Caporedattore della rivista Confronti.

NOTE

1         www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/al.html

2 Cfr. The Future of the global Muslim population del Pew Research Center, 2011.

3 Cfr. Dossier immigrazione 2015.

4 Le Monde, 6/1/2015.

5 Cfr.   www.globalreligiousfutures.org/regions/europe

6 Cfr. www.globalreligiousfutures.org/regions/europe/

7 Cfr. rapporto Collectif contre l’Islamophobie en France, 2014.

8 The fight against Anti-Semitism and Islamophobia, Odile Quintin, European Commission, Brussels, 2003.

9 Cfr. Choix et préjugés, Rapport 2012.

10 Razzismo, islamofobia: le discriminazioni in Italia; www.unar.it/unar/portal/?p=4883

11 Cfr. Tell Mama (Measuring Anti-Muslim Attacks 2014/2015 Findings on Anti-Muslim Hate, http:// tellmamauk.org/category/reports/

12 Rapport sur l’Islamophobie en France Six Mois après les Attentats de Janvier. Ccif, 2015.

13 Cfr. www.lemonde.fr/police-justice/article/2015/07/17

14 Cfr. www.ioamolitalia.it/home-pagesiamo-tutti-islamofobi-martin-lutero-eisleben-1483-%E2%80% 93-eisleben-1546.html

15 Cfr. Il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2015.

16 S. P.Huntington, Clash of Civilization, 1996.

17   Cfr. www.lexpress.fr/culture/livre/michel-houellebecq_804761.html

18 Cfr. www.acrimed.org/article1315.html