La narrazione oltre i pregiudizi. I racconti come mezzo per modificare gli atteggiamenti negativi nei confronti di qualsiasi forma di diversità – Laura Ferraresi – n. 51 – anno 2015

Non si parla mai abbastanza del pregiudizio e delle forme che può assumere, ma soprattutto poco si fa per trovare modi nuovi per superarlo e dare vita a una società in cui la diversità sia una forma di arricchimento e non motivo di discriminazione.

Si è scoperto, grazie alle numerose ricerche nell’ambito della psicologia sociale, che la pervasività delle diverse forme di pregiudizio nei bambini di età inferiore ai dieci anni è ormai ben consolidata (1). Vi è ora una prova incontrovertibile dell’esistenza di forme di favoritismo nei confronti del proprio gruppo di appartenenza e, in molti casi, di deroga dello stesso nei confronti delle minoranze, tra i bambini per quanto riguarda l’etnia, il genere, la lingua, la nazionalità, la religione, e anche nei casi dei gruppi artificiali.

Data questa apparente ubiquità del pregiudizio nei bambini piccoli (favoritismo e atteggiamento negativo), non è sorprendente che i ricercatori abbiano rivolto la loro attenzione alla ricerca di modi efficaci per ridurla (2). Il lavoro di cui oggi parleremo è un contributo che la ricerca ha dato nell’esplorare l’utilità, e anche i limiti, degli interventi narrativi nelle scuole elementari.

L’anno 2014 ha segnato il 60mo anniversario della pubblicazione di Allport (1954) La natura del pregiudizio. Nel corso di questi sessant’anni, questo libro è stato considerato un punto di partenza per chi fosse interessato ai modi di ridurre i pregiudizi, ma soprattutto per via della sua teoria del contatto.

Allport sostenne l’importanza di dare pari dignità al contatto e alla cooperazione tra membri di diversi gruppi, con il fondamentale sostegno delle autorità istituzionali che avrebbero determinato atteggiamenti favorevoli e cambiamenti dei comportamenti, in entrambi i gruppi, grazie a interventi mirati in questo senso.

Gli ultimi decenni hanno visto elaborazioni teoriche dell’ipotesi del contatto, che promettono di allargarne la sfera di applicazione e far luce sui processi che sono alla base della relazione contatto-pregiudizio. Tra queste, le teorie di maggiore rilevanza sono quelle portate avanti da Gaertner & Dovidio (2000), con il loro modello di identità ingroup comune, e da Brown e Hewstone (2005), con la teoria del contatto intergruppo.

Secondo Gaertner e Dovidio, il contatto sarà più efficace se permette e incoraggia una ricategorizzazione della situazione intergruppo, passando da una condizione che coinvolge due gruppi a una con un singolo gruppo sovraordinato, chiamato anche «identità comune gruppo». Entrambi hanno fornito molte prove a sostegno di questa idea. Pur non essendo in disaccordo con l’importanza di ricategorizzare, Brown e Hewstone hanno sostenuto l’importanza di mantenere una certa categoria di rilevanza durante le situazioni di contatto, per consentire   la conseguente generalizzazione del cambiamento dell’atteggiamento e del comportamento.

Essi hanno inoltre proposto una serie di meccanismi che potrebbero mediare la relazione contatto-pregiudizio e ridurre l’ansia intergruppi: la combinazione dei due modelli ha prodotto quello della doppia identità, in cui alcune peculiarità del sottogruppo sono mantenute sotto l’ombrello di una categoria di livello superiore. Un altro fondamentale contributo della ricerca è l’estensione dell’ipotesi del contatto da diretto a indiretto. Secondo questa ipotesi, non è necessario avere un contatto diretto per la riduzione del pregiudizio, può infatti essere sufficiente vivere un contatto indiretto, conoscendo membri dell’ingroup (maggioranza) che hanno relazioni positive con i membri dell’outgroup (minoranza). Tale contatto indiretto è stato pensato per lavorare su tutti i seguenti quattro meccanismi (3): riduzione dell’ansia intergruppi, percezione alterata di ingroup, outgroup o norme sull’adeguatezza delle amicizie tra gruppi, e l’inclusione dell’altro in sé.

Naturalmente, il contatto diretto e quello indiretto non si escludono a vicenda, ma possono spesso coverificarsi. Quando succede, alcune ricerche suggeriscono che il contatto diretto è il fattore più potente a determinare la riduzione del pregiudizio poiché consente molte opportunità di rapporti diretti, mentre quello indiretto ha effetti deboli o trascurabili.

Un significativo beneficio offerto dal contatto indiretto è stato quello realizzato all’interno di una progettazione di interventi nelle scuole. Tra i primi a sfruttare questa idea furono Liebkind e McAllister (1999) nel loro uso del racconto nelle scuole finlandesi. Le storie raffiguravano adolescenti finlandesi che avevano stretto rapporti di amicizia con gli stranieri; ai racconti facevano seguito le discussioni in classe.

Si è potuto in questo modo constatare che i bambini delle scuole in cui si era realizzato questo tipo di intervento denotavano un miglioramento negli atteggiamenti intergruppi verso gli stranieri, rispetto alle scuole di controllo in cui non erano state lette le storie.

Cameron e i suoi colleghi hanno ulteriormente sviluppato questa idea adattando storie per bambini già esistenti, che trattavano dell’amicizia tra i ragazzi e le ragazze della maggioranza e della minoranza, e leggendole agli allievi delle scuole elementari di età compresa tra i 5 e i 12 anni.

Gli stessi racconti, con contenuti identici, sono stati letti a tutti i bambini partecipanti ma, a seconda delle condizioni sperimentali, le letture e le discussioni che seguivano sono state progettate per evidenziare l’«identità ingroup comune» (notare come i bambini appartengano tutti alla stessa scuola), la «doppia identità» (notare come i bambini appartengano alla stessa scuola e abbiano le loro culture uniche), o la «decategorizzazione» (notare le qualità caratteriali individuali e de-enfatizzando le categorie di appartenenza), sottolineando gli aspetti del rapporto tra i protagonisti delle storie. Nel gruppo di «controllo» sono state lette ai bambini alcune storie qualunque (4). Nel post-test (realizzato una settimana dopo l’intervento), tutte e tre le condizioni hanno mostrato atteggiamenti più favorevoli nei confronti del gruppo target (richiedenti asilo) rispetto ai gruppi di controllo; nella condizione poi della doppia identità, si sono ottenuti gli atteggiamenti più positivi in assoluto. L’effetto generale di condizione è stato parzialmente mediato da una maggiore inclusione degli altri nel sé (5).

Questo è stato indubbiamente un inizio incoraggiante. Per tale motivo, grazie alle ricerche condotte con il prof. Rupert Brown per l’Università di Psicologia del Sussex, in collaborazione con l’Università del Maine e l’Università di Firenze, e al suo incoraggiamento, ho pensato di scrivere alcune storie appositamente ideate ed elaborate in modo da poter ottenere un cambiamento positivo, nei bambini piccoli, nei confronti di una gamma più ampia della diversità, compresa quella della malattia mentale e dell’immigrazione.

I risultati di queste ricerche, che hanno utilizzato delle storie da me scritte, sono stati recentemente pubblicati sul Journal of Applied Social Psychology (6).

Perché storie come queste sono così utili a rieducare i nostri figli, le nostre figlie e a promuovere atteggiamenti sociali più inclusivi?

La risposta si trova in parte nelle nuove informazioni che esse forniscono sulle persone a volte etichettate come malate mentali, oppure immigrate o disabili, e in parte nelle successive discussioni e riflessioni che vengono effettuate dai genitori e dagli insegnanti dopo la lettura. C’è anche una ragione più sottile riguardo la loro efficacia: esse offrono ai bambini che ascoltano diverse circostanze di amicizia tra bambini e bambine con o senza problemi mentali, con o senza disabilità fisiche, e appartenenti a gruppi etnici diversi. Si tratta di amicizie che hanno successo, perciò queste relazioni forniscono forti modelli positivi sui quali i nostri figli possono basare il loro comportamento.

Frutto di questo lavoro di ricerca è stata la mia pubblicazione Avventure e misteri a scuola. Racconti contro il pregiudizio illustrati dai bambini, Cornelio Timpani Editore. In quanto pedagogista, ma anche conduttrice di Radio Voce della Speranza (Rvs) in alcuni programmi da me ideati, mi sono posta la domanda: «Possono i media ridurre il pregiudizio intergruppo e i conflitti?».

Nonostante l’ampia portata della questione, la comprensione del ruolo dei mass media nel plasmare credenze pregiudicate, norme sociali e il comportamento è limitata. Quindi faccio riferimento a un’importante ricerca del 2009, condotta dalla prof. ssa Elisabeth Levy Paluck, della Harvard University, la quale ha realizzato in Ruanda esperimenti sul campo, durati un anno, testando l’impatto di una soap opera radiofonica, ricca di messaggi relativi alla riduzione del pregiudizio intergruppo, della violenza e del trauma, in due comunità ruandesi. Ha poi comparato i dati con quelli ottenuti da un gruppo di controllo che ha ascoltato una soap opera radiofonica sulla salute, per vedere se la percezione delle norme sociali degli ascoltatori avesse in qualche modo modificato i comportamenti rispetto ai matrimoni misti, al dissenso aperto, alla fiducia, all’empatia, alla cooperazione e alla guarigione dal trauma.

La prof.ssa Paluck dice: «Combinando i miei dati descrittivi con la teoria e la ricerca, si potrebbe dedurre che i processi emotivi e di gruppo siano stati fondamentali per i risultati attuali. Da un lato, l’impatto dell’intervento della radio è inseparabile dall’impatto dell’ascolto del programma in un gruppo. Quando le persone ascoltano individualmente, diventano consapevoli delle idee comunicate durante i programmi radiofonici, ma in gruppi diventano anche consapevoli delle idee altrui. Quando i membri del gruppo reagiscono positivamente, la loro approvazione crea un altro vettore di influenza sociale su ogni ascoltatore.

Il gruppo incoraggia i propri membri a considerare valida l’idea. In più, la discussione spontanea di gruppo sulla soap opera radiofonica sicuramente ha ulteriormente contribuito a questa “conoscenza socialmente condivisa”, che è alla base di una norma sociale» (7).

Sulla base di questi importanti dati, noi a Radio RVS abbiamo iniziato due anni fa a mandare in onda il programma radiofonico Radio Giò. Insieme e diversi, con cadenza settimanale, interamente dedicato ai bambini, durante il quale viene letta una storia che scrivo appositamente per quella puntata. Sono brevi racconti, in cui i personaggi affrontano le tematiche della differenza in tutti i suoi aspetti: matrimoni misti, bullismo, diversità etnica, immigrazione. Alla fine della lettura si pongono alcune domande ai bambini in ascolto, in modo da aiutarli a riflettere, cercando di avviare un breve dibattito.

Vorremmo ampliare il progetto portando Radio Giò nelle scuole. Tale progetto si intitola «Radio Giò. La frequenza a   scuola».

Un’altra trasmissione che ha preso avvio nel giugno dello scorso anno, con cadenza mensile, ha per titolo A braccia aperte per conoscere. Conoscersi superando insieme i pregiudizi. In questo programma gli ospiti presenti affrontano la tematica del pregiudizio secondo gli aspetti che più sono loro propri: per esempio, genitori con figli disabili, ragazzi e ragazze omosessuali, studenti che hanno realizzato progetti contro il pregiudizio, insegnanti universitari che affrontano le tematiche dell’educazione e del pregiudizio.

Abbiamo già avuto come ospiti il prof. Rupert Brown, docente di psicologia sociale presso l’Università del Sussex; il prof. Nicola Cuomo, docente di pedagogia speciale all’Università di Bologna; la prof.ssa Luana Collacchioni, docente di scienza dell’educazione e psicologia all’Università di Firenze; il prof. Marco Panti, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo «Antonino Caponnetto» di Bagno a Ripoli (Firenze), la prof.ssa Simona Magistà, docente presso la scuola media Guicciardini di Firenze; la prof.ssa Marilina Polizzi, docente del Liceo Artistico «Virgilio» di Empoli (Firenze).

 

LAURA FERRARESI – Pedagogista, conduttrice di programmi della Radio RVS e autrice per l’infanzia

Note

1 Aboud, 1988; Brown, 2010; Killen e Rutland, 2011; Raabe e Beelmann 2011.

2 Aboud et al., 2012.

3 Wright et al., 1997.

4 Cameron et al., 2006.

5 Cameron et al., 2006.

6 Aronson et al., 2015.

7 Interpersonal relations and group processes – Reducing prejudice and conflict using the media : a field experiment in Rwanda 2009