Per la seconda edizione delle Giornate Internazionali di Coscienza e Libertà mi è stato chiesto di introdurre il convegno con un cortometraggio (1) che fosse incentrato sulla percezione della paura, in particolare quella indotta dai mass media, che ha favorito la nascita e la propaganda dei radicalismi identitari in Europa. Il giurista Danilo Zolo (2) spiega che il potere è la massima espressione della paura, perché chi lo detiene deve incutere paura e usarla come insostituibile strumento di governo. Zolo richiama la tesi dello storico Guglielmo Ferrero (3), secondo cui il potere nasce per contrastare la paura, ma a sua volta sa di generarla chiedendo il rispetto delle regole e arrivando a usare la violenza nel caso in cui quest’ultime non fossero rispettate.

Anche il filosofo norvegese Lars Svendsen, nel suo libro Le filosofie della paura, spiega che la lotta alle cause della paura produce, necessariamente, nuova paura. Il filosofo ricorda che la vita umana è da sempre vulnerabile, e che quindi la paura è una reazione naturale, ma negli ultimi anni la ricorrenza di parole come

«rischio», «paura» o «emergenza» è decisamente aumentata, soprattutto nei media, generando «paura della paura». Secondo il filosofo, la paura è autoconservativa: essa è capace di disgregare la fiducia, spezzando i legami di solidarietà sociale e incrinando l’amore per l’alterità e per le diversità in generale. La paura che oggigiorno le persone provano maggiormente è quella indotta dai mass media e ciò è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, perché chi riesce a governare la paura, riuscirà a governare la società stessa.

La cultura della paura è il titolo di un libro pubblicato a fine anni ’90 dal sociologo statunitense Barry Glassner (4), in cui l’autore individua tre grandi forze dietro la politica della paura. La prima riguarda proprio i mezzi di comunicazione, coinvolti in una logica di spettacolarizzazione della notizia che contribuisce a una rappresentazione distorta dei fatti reali. A questo proposito, non posso fare a meno di riportare le parole dell’antropologa dei media Sara Zambotti (5), che nella precedente edizione delle Giornate Internazionali di Coscienza e Libertà dedicata al mondo dell’informazione, ha parlato di «una tonalità emotiva di notizie che sembra prevalere sulle altre, ovvero l’emergenza. (…) I caratteri dell’emergenza sono spesso simili: l’imprevedibilità, la gravità, il pericolo, la paura e la presenza di un nemico. Ciò che colpisce non è la veridicità di questi fenomeni, ma il loro emergere come fatto imprevisto, occupando la scena mediatica per qualche giorno e poi scomparendo improvvisamente all’insorgere di una nuova paura, più fresca e potente per il suo effetto di novità. L’emergenza spesso porta con sé un nemico, qualcuno da cui difendersi per rinsaldare il legame interno di una comunità».

La seconda forza che alimenta la politica della paura è quella legata al business, agli affari delle grandi industrie che alimentano il mercato internazionale, come quella delle armi e della sorveglianza. Infine, molto spesso, sono le lobbies politiche a sostenere campagne di propaganda della paura in termini di sicurezza, criminalità e illegalità con lo scopo principale di guadagnare voti e potere. La politica della paura fa leva sul «condizionamento» dell’opinione pubblica e in questo il ruolo dei mass media è centrale; ma è davvero così totalizzante? Questa questione solleva il problema della dimensione antropologica del binomio paura-sicurezza.

In un articolo pubblicato sulla rivista Testimonianze, intitolato «Verso un’etnografia della paura e della sicurezza» (6), il prof. Fabio Dei scrive che «Per «funzionare», certe paure (indipendentemente dal loro radicamento nella realtà o nei dati statistici) devono forse collegarsi a strutture profonde dell’immaginario sociale».

A questo proposito, si richiamano i lavori sulla percezione sociale del rischio di Mary Douglas, antropologa britannica, che dimostrano come molto spesso per la vita delle persone e per le loro pratiche quotidiane conti quasi sempre di più il piano morale e la sua strutturazione simbolica. Ad esempio, per quanto riguarda la prevenzione della propria salute, le persone danno importanza ad alcuni aspetti di cura e di diagnosi superficiali e ne trascurano altri, magari oggettivamente   più importanti.

Alla luce di queste considerazioni, si può constatare come la paura agisca tramite l’influenza dei media e degli interessi economici e politici, ma non in modo diretto e meccanico, convincendo semplicemente la gente a credere a certi fatti o a certe opinioni ma, semmai, sfruttando, «forzando e anche – certo – modificando le strutture culturali attraverso cui quei fatti assumono un significato morale».

Tornando al mio compito relativo alla realizzazione di un cortometraggio che potesse portare alla luce queste argomentazioni, ho deciso di eseguire una selezione di immagini provenienti dal Web (telegiornali, articoli, programmi televisivi di intrattenimento) e delle video-interviste al Festival delle Resistenze di Trento, in cui erano presenti alcuni ospiti del mondo del giornalismo, della politica e della televisione che potevano contribuire ad alimentare la questione. In seguito, ho curato la fase di montaggio alternando le immagini prese dal Web con le video interviste raccolte a Trento, tenendo in considerazione la richiesta espressa da parte del comitato della rivista, di un cortometraggio che potesse mostrare in maniera diretta e senza «mezzi termini» cosa sia la paura indotta dai media e i fenomeni attraverso cui si propaga maggiormente nella nostra società: la crisi economica, i movimenti migratori e il terrorismo. Questi fatti costituiscono, in parte, l’origine della nostra paura, quella che sorge in maniera naturale di fronte ai grandi cambiamenti sociali, ma anche l’effetto di un condizionamento massmediatico che, al posto di generare conoscenza, tende ad esasperare la percezione dell’incertezza umana. Vorrei concludere con le parole del sociologo recentemente scomparso Zygmunt Bauman:

«L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità» (7).

 

MARGHERITA BOCCALI – Antropologa culturale presso IRFOSS, Istituto di Ricerca e Formazione nelle Scienze Sociali di Padova. Specializzata nella Fotografia Etnografica e nell’Antropologia Visuale.

 

Note

1 https://vimeo.com/190888866/settings

2 D. Zolo, Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere, Feltrinelli, Milano, 2011.

3 G. Ferrero, Pouvoir: les génies invisibles de la cité, Brentano, New York, 1942.

4 B. Glassner, The Culture of Fear. Why american are afraid of the wrong things:crime, drugs, minorities, teen moms, killer kids, mutant microbes, plane crashes, roas rage and so much more, Basic Books, New York, 2010.

5 S. Zambotti, C’è bisogno di tutta questa paura? Spunti antropologici per leggere il rapporto pubblico-media, «Coscienza e Libertà» 2015, n. 51, pp. 91-92.

6 F. Dei, «Verso un’etnografia della paura e della sicurezza», in Testimonianze, 2009, p. 465.

7 Z. Bauman, L’arte della vita, Laterza, Bari, 2011.

 

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