Vi sono infiniti modi per definire il populismo. Così tanti che il termine è destinato a rimanere un dilemma insolubile: non si riesce a farne a meno, ma è di utilità limitata. Per ricavarne il meglio, la cosa migliore è chiedergli poco. Più che pretendere di rinchiuderlo in una definizione, di ficcarlo in una slide, mi piace limitarne la portata dandogli al massimo un potere evocativo. Chiamarlo una utopia, o nostalgia unanimista risponde a questo intento. Evocare è meno preciso ma più profondo che definire. Cos’è l’utopia unanimista? È il sogno tipico dell’immaginario populista di ricreare un’identità primigenia, un’armonia naturale, una comunità pura di storia e destino e soprattutto un sentire comune a tutti. Questo è ciò cui allude la parola popolo nel populismo. Ricreare l’unanimità perduta: ecco il sogno proibito, ma poderoso, del populismo.

Il verbo ricreare non è casuale. Il populismo è animato da spirito redentivo; non a caso, se non si imbatte in ostacoli che l’obbligano a patteggiare con la realtà, si trasforma in religione politica e nel suo nome inneggia alla rivoluzione, termine secolare, se ci si fa caso, per chiamare la redenzione. È a tal proposito necessario notare che tale afflato redentivo è la più nitida prova che il populismo è erede, nel mondo secolare, di un immaginario religioso, prepolitico, che nel creato vede il riflesso dell’ordine naturale. La veemente lotta del populismo contro chi ritiene stia minando quell’ordine è infatti di tipo morale o moralista più che politica, è una guerra morale contro i peccatori più che una dialettica politica con avversari dalle idee o dagli interessi diversi; e il suo popolo è il popolo eletto in cammino verso la salvezza, in fuga dalla corruzione.

Ciò facendo, il populismo ambisce a ricreare l’unanimità; l’unanimità è il suo paradiso terrestre, la condizione naturale del suo popolo se solo mille minacce alla sua intrinseca virtù non gli avessero inoculato il peccato. Il conflitto, la pluralità, la molteplicità non sono nella sua visione salvifica dei fisiologici riflessi della condizione umana, ma delle patologie che minacciano l’organismo sano che esso chiama popolo. Ma unanimità di cosa? Di qualsiasi cosa! Di ciò che il populismo eleva a unico fondamento della comunità politica e sociale, a fondamento di quella che esso chiama identità. In origine era l’unanimità di fede, in epoca secolare tradotta in unanimità ideologica, facile a trovarsi, imposta laddove i populismi sbaragliano tutti i nemici. Ma l’unanimità, essendo riflesso identitario del popolo immaginato dal populismo, può prendere mille forme: gerarchica o orizzontale, etnica o confessionale, sociale o nazionale; può incarnarsi in un territorio come in una classe sociale, oggi perfino in una virtù: l’onestà, la giustizia, la misericordia. A contare è che il popolo populista abbia il monopolio della fonte identitaria e chiunque altro incarni l’antipopolo che ne minaccia la purezza e l’innocenza. A contare è lo schema manicheo, più che il suo contenuto.

Ma l’unanimità che il populismo vuole ricreare è andata perduta e qualcuno ne porta la colpa. O più che qualcuno, un’intera categoria di individui colpevoli del peccato originale che deturpa la purezza del popolo e ne sgretola l’unanimità: il nemico del populismo, come il popolo del populismo, è una comunità, una totalità che trascende la somma degli individui. Suoi nemici sono stranieri o eretici, borghesi o corrotti, ebrei o gay: a seconda. Mai degli individui specifici, ma gruppi, corpi sociali. Da ciò la ricorrente frase: «ho un amico nero o ebreo», di chi vuole bandire neri ed ebrei. Ma allora non è così avventuroso risalire le ripide pareti della storia fino alla fonte di ciò che il populismo nel fondo combatte. Ci imbatteremo allora in quel lungo processo storico che ha eroso tutte insieme le certezze di cui il populismo ha nostalgia: la naissance de l’individu; le rivoluzioni scientifiche che spezzarono l’aura sacra del mondo; «la razionalità illuminista», come diceva un oscuro gesuita poi diventato celebre Pontefice; la visione disincantata dell’uomo, aggiungerei, quel sano disincanto che pensa alla vita in società come un esercizio pragmatico, faticoso e imperfetto; e che rifugge le grandi utopie redentive, quelle che, inseguendo l’unanimità e l’armonia, lacerano il mondo e fanno coltivare fanatismi fratricidi.

Ma perché i populismi e la loro visione del mondo sono così resistenti? Perché fallisce ogni intento di liberarsi del fenomeno e della parola? Perché ritornano implacabili, popolari, capaci di incredibili metamorfosi e di innescare nuovi miti redentivi, come se le rovine di quelli passati non pesassero sulla loro fama? Ragioni, ahimè, ve ne sono da vendere; e sono poderose. La nostalgia unanimista dei populismi si nutre della diffusa percezione di un processo di disgregazione in corso; i populismi nascono da crisi di disgregazione. E cos’è in fondo la modernità se non un continuo e inarrestabile processo di disgregazione e ricomposizione? Disgregazione e ricomposizione di legami, comunità, identità. Perciò è corretto affermare che di quell’immaginario unanimista del passato, i populismi sono il volto moderno e che senza modernità non v’è populismo; benché poi vada chiarito che con la modernità il populismo ha una relazione conflittuale.

Dinanzi alla realtà o alla sua percezione ingigantita che il nostro mondo si sta disgregando sotto i colpi di infinite cause – dal mercato all’immigrazione, dai media alla minigonna, dalla perdita della fede alla velocità di internet – il populismo offre una medicina portentosa: promette di proteggere o addirittura restaurare la comunità perduta, l’identità minacciata. Poco importa che la sua guerra alla disgregazione non la arresterà; che la sua ansia unanimista non sarà capace di dare risposte adeguate al suo incedere. A contare, a rendere il populismo così popolare è la sua offerta di beni rari e preziosi; beni che una visione disincantata del mondo, con pudore, rifiuta di evocare: senso e appartenenza, una via verso la salvezza e una comunità di destino.

Ma non solo il populismo offre una narrazione storica: la condisce di una vera e propria epica; e lo fa semplificando al massimo la realtà, riducendola ai minimi termini del suo schema manicheo che interpreta il mondo come un’eterna lotta tra bene e male combattuta da un noi e un loro. Quale altra epica può competere con questa? Quale approccio disincantato potrà scaldare altrettanto i cuori e mobilitare le passioni? Su questo piano, il populismo non ha rivali. Intriso di immaginario religioso, per secolarizzato che sia, la sua portentosa forza è la stessa che da secoli alimenta le grandi religioni. A chi guarda al mondo con disincanto non rimane che smontare certezze, raffreddare ardori, svelare inganni, sgonfiare petti; e ridare cittadinanza all’individuo, alla ragione, alla complessità.

Eppure, arrivati a questo punto, guardando alla nostra Europa d’oggi non sono pessimista. Suonerà assurdo, certo impopolare, qualcuno penserà trattarsi del solito ottimismo della volontà. E so bene che mentre le Cassandre hanno prima o poi sempre ragione, l’ottimista suole passare per ingenuo in pubblico e per stupido in privato. Ma il mio ottimismo, una volta ancora disincantato, nasce dalla mia professione. Lo storico. Come storico, non posso non vedere l’impressionante catena di enormi effetti disgregativi che la modernità produce sulle nostre società: l’innovazione tecnologica e le sue conseguenze sia sui costumi sia sull’occupazione; la globalizzazione e l’inevitabile perdita di peso relativo nel mondo che l’Europa patisce man mano che nuove potenze emergono; le migrazioni che da sempre s’accompagnano massicce a tali fenomeni di globalizzazione: fu così nel XVI secolo e lo fu a maggior ragione nel XIX; e nulla come le migrazioni porta con sé la percezione di un universo culturale che si disgrega e frammenta. Potrei continuare, ma mi fermo: come storico, non posso in alcun modo stupirmi che tale insieme di fenomeni produca l’insorgere di reazioni populiste nutrite dalla enorme e spesso comprensibile nostalgia di identità e comunità perdute o solo immaginate.

Semmai osservo che, stante l’enorme spinta disgregatrice, quel che colpisce non è tanto che il vento populista spazzi l’Europa, ma che le nostre istituzioni democratiche e il nostro ethos liberale vi stiano resistendo più di quanto sarebbe stato temibile: segno, forse, che hanno piantato radici profonde. Per molto meno, ottant’anni fa l’ondata populista spazzò via entrambe da gran parte del territorio europeo. Oggi non solo la sfida populista è costretta a vivere dentro la democrazia liberale e a giocarne il gioco fino al punto di costituzionalizzarsi; ma tutto sommato, come dimostrano gli studi di Cas Mudde, ha avuto finora impatto limitato. Lungi dall’interpretare i conflitti che sotto gli occhi di tutti ammorbano il mondo come ovvi sintomi dell’inesorabile declino occidentale, penso che la parabola della nostra civiltà, piaccia o meno, sia ancora in ascesa; e che le violente reazioni contro secolarizzazione, libertà individuali, mercato, siano perlopiù reazioni populiste, nostalgie identitarie di unanimità, invocazioni di culture chiuse e impermeabili. Reazioni e nostalgie spiegabili: come già accadde al mondo latino e cattolico di produrre populismi in serie contro gli effetti disgreganti delle innovazioni sorte in ambito protestante anglosassone, altri mondi si trovano oggi investiti da sfide analoghe. L’esito non è predeterminato ma, se così veemente è la reazione, dev’essere perché la sfida è di grande portata e non più così remota nel tempo e nello spazio.

Non so se, come scrive Cas Mudde, le democrazie europee sono davvero forti e vigilanti. Alcune più e altre meno, direi. Ma un po’ di prospettiva storica aiuta a relativizzare il clima plumbeo in cui viviamo, le profezie apocalittiche che fanno   da colonna sonora alla nostra epoca, più tipiche delle narrazioni populiste che di un approccio disincantato alla realtà.

 

LORIS ZANATTA – Professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Settore scientifico disciplinare: Storia e Istituzioni delle Americhe.

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