Atti del convegno: «Le democrazie occidentali alla prova dei radicalismi identitari e dei populismi. L’Europa saprà ripartire da libertà, solidarietà e futuro?» – Crediamo davvero nella libertà religiosa? Tra narrazioni e fatti (1) – Pasquale Annicchino – n. 53 – anno 2016

Non è difficile, soprattutto nel corso degli ultimi anni, imbattersi quotidianamente in notizie che raccontano di perenni e continue violazioni dei diritti delle minoranze religiose. Sarebbe sufficiente prendere un mappamondo, farlo girare in uno dei due sensi, fermarlo e puntare il dito. Avremmo il 74 per cento di possibilità di indicare un territorio, uno Stato, nel quale si sono registrate serie violazioni del diritto di libertà religiosa. Secondo i dati del Pew Research Centre on Religion & Public Life è quella la percentuale di Paesi nei quali si registrano restrizioni particolarmente significative sulla religione (2). Tali limitazioni al dispiegamento dell’attività religiosa nella sfera pubblica possono essere determinate da molteplici fattori. Sono soprattutto due quelli che vanno a incidere secondo i ricercatori del Pew Research Centre: le norme che disciplinano l’attività dei gruppi religiosi e quelle sulla libertà religiosa e le ostilità sociali dovute a elementi culturali in una data società (3). In alcuni Stati la legge viene utilizzata in maniera selettiva, al fine di operare discriminazioni a danni di alcune minoranze e ostacolarne le attività. È questo il caso, ad esempio, di tutti quei Paesi che hanno emanato leggi particolarmente severe nei confronti delle attività dei missionari e delle conversioni religiose (4). Le ostilità sociali si riscontrano soprattutto in quei Paesi dove il tasso di applicazione della legge e la tutela dei diritti civili sono molto bassi e diventa, per questo motivo, estremamente difficile sanzionare e disincentivare comportamenti e azioni che vanno a incidere sulla tutela di quelli che dovrebbero essere diritti costituzionalmente garantiti. Vi sono poi i casi gravissimi, nei quali si può addirittura parlare di un vero e proprio genocidio. È quanto ha ad esempio affermato nel giugno 2016 la United Nations Independent International Commission rispetto alle violenze commesse in Siria e Iraq dai militanti dello stato islamico nei confronti delle minoranze yazide e cristiane costrette ad abbandonare le loro case, a trovare rifugi di fortuna o a fuggire all’estero (5). La Commissione ha formalmente riconosciuto il genocidio perpetrato ai loro danni, chiedendo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di «riportare con urgenza la situazione in Siria di fronte alla Corte penale internazionale o di stabilire un tribunale ad hoc con un’ampia giurisdizione geografica e temporale» (6). Il rapporto usa parole particolarmente forti per descrivere le azioni poste in essere dai militanti islamisti: «l’Isis ha cercato di cancellare gli yazidi attraverso gli omicidi, la schiavitù sessuale, la tortura, i trattamenti inumani e degradanti e i trasferimenti forzati, causando seri danni fisici e mentali; sono state inflitte condizioni di vita che conducono a una morte lenta; l’imposizione di misure per prevenire la nascita dei bambini yazidi, anche tramite le conversioni forzate degli adulti, la separazione degli uomini e le donne yazidi e i traumi mentali arrecati; i bambini yazidi trasferiti dalle loro famiglie per essere affiancati ai combattenti dell’Isis» (7). Sono stati numerosi i leader religiosi che hanno espresso preoccupazione per le sempre più frequenti violenze nei confronti delle minoranze religiose. Papa Francesco ha ripetutamente sottolineato quanto il momento che numerose comunità cristiane si trovano ad affrontare sia uno dei più tragici e difficili nell’intera storia del cristianesimo (8). Di recente è stato il Patriarca russo Kirill a esprimere forte preoccupazione per le persecuzioni nei confronti delle minoranze cristiane, soprattutto in Medio Oriente: «Siamo molto preoccupati per la situazione dei cristiani, semplicemente spazzati via dagli islamisti radicali, sono nostri fratelli e viviamo la loro tragedia come la nostra» (9). Non sono solo i Paesi nei quali si diffonde l’estremismo islamista a destare preoccupazione. Ad esempio, basta ricordare quanto avvenuto nel 2008 nello stato indiano dell’Orissa, dove     si sono perpetrati dei veri e propri massacri anticristiani: oltre cento morti, case e chiese distrutte, migliaia di sfollati. Secondo il rapporto pubblicato dal Catholic Secular Forum (10), un’organizzazione della società civile indiana, molte delle violenze verificatesi negli ultimi anni ai danni dei cristiani e delle altre minoranze religiose sarebbero da attribuirsi alla crescente influenza dell’ideologia Hindutva («induità») che non tollera la presenza di altre religioni in India. Questa ideologia sarebbe quindi il propellente per la diffusione di campagne d’odio, diffamazione e violenza ai danni delle minoranze. Non vi è spazio in questa sede per affrontare lo scottante dossier relativo alla Cina e ai suoi rapporti con i gruppi religiosi. Basta sottolineare quanto anche la leadership del partito comunista cinese si sia ormai resa conto di come il tasso di conversioni (soprattutto al cristianesimo) abbia la capacità di incidere in maniera sostanziale sul futuro politico (e religioso) del Paese. Per questo, oltre a cercare a volte il dialogo con esponenti dei vari gruppi, si mettono in atto politiche che si vorrebbero centralizzatrici per porre in mano alla burocrazia ministeriale il controllo delle leadership religiose. Controllo ovviamente rigettato dalle comunità, che vedono nella loro autonomia un principio da proteggere al fine di evitare eccessivi interventismi statali vissuti come veri e propri tentativi di strumentalizzazione della fede per fini politici.

I casi fin qui elencati sono soltanto alcuni di quelli che vedono violazioni gravi del diritto di libertà religiosa susseguirsi giorno dopo giorno e le vite di numerosi fedeli mutilate a causa della loro fede. I rapporti delle organizzazioni internazionali e di quelle non governative sono ormai molto specializzati e un’analisi attenta di questi testi dipinge uno scenario che, purtroppo, presenta tinte molto fosche. Ci si potrebbe chiedere se determinati Stati o movimenti politici abbiano posto in essere tentativi di reazione utili a prevenire lo sviluppo di tali azioni, che ledono così profondamente quello che dovrebbe essere un diritto universalmente garantito e riconosciuto.

Libertà religiosa e Unione europea

La protezione internazionale del diritto alla libertà religiosa ha una lunga storia politica e istituzionale. Di recente, anche le istituzioni europee hanno cominciato a interessarsi al tema, sia mediante l’azione del Servizio europeo per l’azione esterna che fa capo all’Alto Commissario per la politica estera Federica Mogherini, sia tramite la creazione di un intergruppo parlamentare denominato European Parliament Intergroup on Freedom of Religion or Belief and Religious Tolerance (11). Nel giugno 2016 l’intergruppo parlamentare ha reso pubblico un rapporto annuale sullo stato della libertà religiosa nel mondo che offre significativi spunti di riflessione al fine di ricostruire la posizione europea sul tema (12). Si lamenta innanzitutto l’assenza di coerenza tra i numerosi proclami delle istituzioni europee rispetto alle politiche e alle azioni effettivamente intraprese e l’ancora scarsa conoscenza delle priorità che il tema della libertà religiosa dovrebbe avere nel contesto delle azioni dell’Unione europea da parte dei funzionari che si occupano della politica estera dell’Unione. Le critiche rivolte all’azione delle istituzioni di Bruxelles non devono sorprendere. Spesso, infatti, ci si limita alla pubblicazione di generici proclami di condanna delle violenze perpetrate ai danni delle minoranze religiose, senza intraprendere vere e proprie azioni politiche (come ad esempio delle sanzioni commerciali) che possano segnalare concretamente il valore attribuito alla tutela del diritto di libertà religiosa. La scelta è ovviamente discutibile, per un verso si vorrebbe che le sanzioni scattassero immediatamente per disincentivare quei Paesi che implementano sistematicamente politiche discriminatorie ai danni delle minoranze religiose. Per l’altro, un’azione diplomatica incisiva richiede spesso più tempo e un modus operandi non necessariamente pubblico ed esplicitamente critico. È tuttavia da registrare, appena un mese prima la pubblicazione del report, la nomina di Jan Figel, ex primo ministro slovacco, a inviato speciale per la promozione della libertà religiosa e di coscienza (13). Figel ha già promesso iniziative concrete sul tema e saranno quindi da valutare nei prossimi mesi i risultati che la sua azione avrà conseguito.

Libertà religiosa in USA

A questi sviluppi europei deve associarsi quanto avviene negli Stati Uniti, avvolti in un clima da campagna elettorale permanente che ha visto proprio il tema della libertà religiosa occupare una centralità nel dibattito per le elezioni presidenziali, come non si registrava da anni. La proposta del candidato Donald Trump, poi risultato vincitore delle elezioni, relativa al divieto di ingresso temporaneo negli Stati Uniti per i fedeli di religione musulmana, ha infatti generato molteplici reazioni e commenti particolarmente critici. Vi è innanzitutto da sottolineare che gli Stati Uniti, un Paese che attribuisce nella sua narrazione storica una posizione privilegiata al diritto di libertà religiosa, ha particolari difficoltà a recepire una proposta come quella avanzata da Trump. Tanto è vero che anche elettori tradizionalmente leali al partito Repubblicano, come i fedeli della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, hanno criticato veementemente tale proposta, memori delle persecuzioni subite nel corso della loro storia proprio a causa della loro affiliazione religiosa. Tale proposta andrebbe poi ad aggiungere ulteriori elementi di incoerenza alla politica statunitense di promozione del diritto di libertà religiosa che Washington persegue da molti anni. Anna Su, in un recente volume pubblicato per Harvard University Press (Exporting Freedom. Religious Liberty and American Power) (14), ha ricordato come il governo statunitense abbia sempre posto una particolare attenzione alla tutela di tale diritto, soprattutto nella prospettiva della tutela dei missionari cristiani. Ma come sarebbe possibile giustificare, quantomeno retoricamente, l’ergersi a paladini del diritto di libertà religiosa nel mondo, quando i propri leader politici, allo stesso tempo, propongono il divieto di ingresso nel proprio Paese per i fedeli musulmani? Altre incoerenze restano comunque presenti nella politica degli Stati Uniti d’America. Tra queste è doveroso segnalare l’ambigua politica nei confronti del governo dell’Arabia Saudita, resosi protagonista, anche recentemente, di episodi di discriminazioni e violenze ai danni di alcune minoranze e che attua, da sempre, una politica profondamente discriminatoria nei confronti delle donne e della condizione femminile in generale. Anche nei Paesi in cui non si riscontrano gravi violazioni, o vere e proprie persecuzioni religiose, permangono oggettive difficoltà rispetto a una piena tutela del diritto di libertà religiosa. Queste possono riguardare gli ostacoli per l’apertura dei luoghi di culto o quelli per ottenere la registrazione governativa al fine di regolarizzare la propria posizione, o ancora quelle di fare propaganda del proprio culto. Se tali difficoltà si riscontrano nei Paesi che intendono farsi paladini della tutela del diritto di libertà religiosa anche in altre parti del mondo (come avviene per l’Europa e gli Stati Uniti), allora le difficoltà aumentano perché nasce un problema di credibilità e coerenza relativo agli strumenti e alle garanzie che internamente questi Paesi offrono alle loro minoranze religiose (15). Certo, la difficoltà ad aprire un luogo di culto non è lontanamente paragonabile alla marginalizzazione e discriminazione sistematica di una minoranza. Ma cosa ci si sentirà rispondere quando i governi occidentali andranno a chiedere più diritti per le minoranze religiose in Paesi fortemente egemonizzati da una sola religione, sia essa l’induismo o l’islam? Saremo noi europei, noi occidentali, in grado di dire che la libertà religiosa è davvero un diritto di tutti e per tutti? La domanda che ci assilla, e alla quale saremo chiamati a dare una risposta anche in un futuro abbastanza vicino, è una: «Crediamo davvero nella libertà religiosa?». Dalla risposta concreta a questa domanda dipenderà il futuro di molti fedeli.

 

PASQUALE ANNICCHINO – Research Fellow presso il Robert Schuman Center for Advanced Studies dell’European University Institute di Fiesole.

NOTE

1 Una versione precedente di questo contributo è stata pubblicata dalla rivista Missioni Consolata del novembre 2016. Ringrazio il direttore per aver acconsentito a ripubblicare il testo dell’intervento. Per un ulteriore approfondimento del tema, rinvio alle seguenti pubblicazioni: P. Annicchino, Esportare la Libertà Religiosa. Il Modello Americano Globale, Bologna, Il Mulino, 2015; P. Annicchino, A Transatlantic Partnership for International Religious Freedom? The United States, Europe and the Challenge of Religious Persecution, in «Oxford Journal of Law and Religion», 5, 2, 2016, pp. 280-297; P. Annicchino, Law & International Religious Freedom. The Rise and Decline of the American Model, Abingdon, Routledge, 2017 (di prossima pubblicazione).

2 Pew Research Centre-Religion & Public Life, Trends in Global Restrictions on Religion, 23/6/2016, disponibile su:   http://www.pewforum.org/2016/06/23/trends-in-global-restrictions-on-religion/.

3 Per approfondire cfr. B. Grim, r. Finke, The Price of Freedom Denied, Cambridge, Cambridge University Press, 2011.

4 Basti pensare alle restrittive legislazioni approvate in Russia e nella Repubblica Popolare Cinese.

5 Human Rights Council, «They came to destroy»: ISIS crimes against the Yazidis, 15/6/2016, disponibile su: http://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/HRCouncil/CoISyria/A_HRC_32_CRP.2_en.pdf.

6 Ibid., p. 1.

7 Ibid., p. 36.

8 Papa Francesco, Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al convegno internazionale La libertà religiosa secondo il diritto internazionale e il conflitto globale dei valori, 20/6/2014, disponibile su: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2014/june/documents/papa-francesco_20140620_liberta-religiosa.html.

9 Askanews, «Patriarca Russo: cristiani «spazzati via» da Islam radicale Africa», 29/8/2016, disponibile su: http://www.askanews.it/esteri/patriarca-russo-cristiani-spazzati-via-da-islam-radicale-africa_711886268.htm.

10 Maggiori informazioni sono disponibili al seguente indirizzo: http://www.thecsf.org.

11 Cfr. www.religiousfreedom.eu.

12 European Parliament Intergroup on Freedom of Religion or Belief and Religious Tolerance, Annual Report on the State of Freedom of Religion or Belief in the World 2015-2016, 30/6/2016, disponibile su: http://www.religiousfreedom.eu/2016/06/30/annual-report-on-the-state-of-freedom-of-religion-or-belief-in-the-world-2015-2016/.

13 European Commission, President Juncker appoints the first Special Envoy for the promotion of freedom of religion or belief outside the European Union, 6/5/2016, disponibile su: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-16-1670_en.htm.

14 A. Su, Exporting Freedom. Religious Liberty and the American Power, Cambridge, Harvard University Press, 2016.

15 Per quanto concerne l’Europa, sia consentito il rinvio a P. Annicchino, Coherence (and Consistency) or Organized Hypocrisy? Religious Freedom in the Law of the European Union, in M.C. Foblets, K. Alidadi, J.S. Nielsen, Z. Yanasmayan, Belief, Law and Politics. What Future for a Secular Europe, Farnham, Ashgate, 2014, pp. 257-263.